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STUDIO LEGALE 

AVVOCATO FLAVIO TOVANI

LA TUTELA DEL COMPRATORE NEI CONTRATTI DI VENDITA INTERNAZIONALE DI BENI MOBILI

Cenni storici 

La Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale di beni mobili (CVIM) rappresenta il punto d’arrivo di un lungo percorso, iniziato nel 1929 con la creazione di un comitato che aveva il compito di proporre una disciplina uniforme in tale materia. Il lavoro di questo ente si concretizzò nelle due Convenzioni dell’Aja del 1964, una sulla vendita internazionale (Legge Uniforme sulla Vendita Internazionale di oggetti mobili corporali) e l’altra sulla formazione dei contratti relativi ad essa (Legge Uniforme sulla Formazione dei Contratti di Vendita internazionale di cose mobili materiali).  
Il semplice fatto che vi siano due diversi accordi su aspetti diversi della stessa materia potrebbe far pensare ad una mancanza di unità della disciplina, ma in realtà le due fonti costituivano un insieme unitario, tant’è vero che, spesso, si sente parlare semplicemente di “Convenzione dell’Aja”. Il loro difetto era piuttosto rappresentato dallo scarso numero di Paesi contraenti (Belgio, Germania, Italia (1), Lussemburgo, Regno Unito, Paesi Bassi, San Marino, Gambia e Israele), dovuto innanzitutto al fatto che, a distanza di soli due anni dalla sottoscrizione, venne creata l’UNITRAL, la quale propose fin da subito una nuova convenzione. I lavori di tale convenzione portarono alla Convenzione di New York del 14 giugno 1974 sulla prescrizione nelle vendite internazionali di beni mobili e successivamente al progetto, presentato all’Assemblea Generale dell’ONU nel 1978, che venne sottoscritto durante la Conferenza di Vienna l’11 aprile 1980, diventando così la “Convenzione delle Nazioni Unite sui contratti di vendita internazionale di merci”.  
Questo trattato, essendo il frutto non più dell’opera solitaria di pochi Paesi ma, viceversa, di numerosi Stati notevolmente diversi sotto il profilo dello sviluppo economico, si è rivelato di maggior successo rispetto ai precedenti ed è attualmente in vigore in oltre 50 Paesi (fra cui Argentina, Australia, Austria, Belgio, Bulgaria, Canada, Cina, Cile, Croazia, Cuba, Danimarca, Estonia, Finlandia, Francia, Germania, Grecia, Italia (2), Lituania, Lussemburgo, Messico, Norvegia, Paesi Bassi, Polonia, Repubblica Ceca, Romania, Russia, Serbia-Montenegro, Slovacchia, Slovenia, Spagna, Stati Uniti, Svezia, Svizzera, Ucraina, Ungheria e Uruguay).  
A suo tempo parte della dottrina (3) si pronunciò nel senso di escludere che tale successo impedisse un’applicazione, sia pure soltanto residuale, della Convenzione dell’Aja, dovuta essenzialmente al fatto che vi sono alcune disposizioni di essa che hanno un ambito di applicazione più vasto rispetto a quanto previsto dalla Convenzione di Vienna (quest’ultima, ad esempio, contrariamente a quanto previsto dalla Convenzione dell’Aja, esclude l’applicabilità della proprie disposizioni al compratore che acquista per uso personale o familiare). Si potrebbe facilmente obiettare che l’art. 99 del trattato prevede espressamente che gli Stati contraenti che erano parte delle Convenzioni dell’Aja debbano denunciare queste ultime, e infatti l’Italia ha provveduto in tal senso. Tuttavia, i dubbi espressi dalla dottrina non erano del tutto infondati se, anche dopo l’entrata in vigore in Italia della Convenzione di Vienna, troviamo nella giurisprudenza (4) casi, sia pure sporadici, di richiami alle due precedenti Convenzioni (5).  
In questo modo emerge già un vizio di fondo della Convenzione di Vienna che, escludendo la propria applicazione in determinati casi di vendite internazionali (con conseguente applicazione di altre norme, v. infra), alcuni dei quali compresi invece nelle Convenzioni dell’Aja, e, ovviamente, dovendo essere integrata dalle norme nazionali e dalle convenzioni internazionali di diritto internazionale privato, non costituisce l’unica fonte di riferimento per le attività di compravendita internazionale. Per di più, l’attualità stessa della Convenzione è stata di recente notevolmente ridimensionata dalla dir. 99/44/CE relativa alla vendita di beni di consumo, che in Italia è stata recepita inizialmente con il d.leg. 24/02, che ha introdotto nel codice civile gli articoli 1519 bis – 1519 nonies, e successivamente con il codice del consumo (d.leg. 206/05) che, riunendo in un unico documento le norme di tutela del consumatore, ha recepito le istanze in tal senso provenienti da larga parte della dottrina, al fine di adeguarsi ai più evoluti modelli europei e di semplificare un sistema complesso, in cui le nuove norme costituite dagli art. 1519 bis e ss. finivano per porre notevoli problemi di coordinamento con le precedenti norme del c.c..  
In definitiva, il contratto di vendita, in particolare il settore delle garanzie, si rivela particolarmente frammentato, per cui dovremo distinguere tra vendita di beni immobili e vendita di beni mobili, e in quest’ultima tra vendita tra consumatori (soggetta alle norme del c.c.), vendita fra imprenditori (soggetta al c.c. se interna, alla CVIM se internazionale), e vendita tra consumatore e imprenditore (a cui saranno applicabili le norme del codice del consumo). In realtà, comunque, le differenze tra vendita fra imprenditori e vendita tra consumatore e imprenditore non sono grandi, dal momento che la direttiva comunitaria ha in gran parte ripreso le soluzioni adottate dalla CVIM, al punto che parte della dottrina, evidenziando che buona parte delle vendite effettivamente realizzate (con l'eccezione delle vendite di beni immobili e di beni usati) rientra in questi due modelli, ha espresso l'opportunità di fare della disciplina della CVIM e della dir.99/44/CE la regola generale, lasciando alla normativa codicistica un'applicazione residuale. Di conseguenza, parlando di vendita internazionale di beni mobili, si può dire che, oggi, non si possa prescindere dalla conoscenza non solo della Convenzione di Vienna, ma anche della citata direttiva comunitaria, per cui, nell’esporre la disciplina in materia, mi riferirò essenzialmente a queste due fonti. 

Requisiti oggettivi di applicabilità. Vendita “internazionale” e vendita “interna” 

Premessa l'esistenza di notevoli analogie fra i due documenti in questione, bisogna rilevare che l’ambito di applicabilità della Convenzione di Vienna coincide solo in parte con quello della dir. 99/44/CE (o, rectius, dei suoi recepimenti al livello dei singoli Stati).  
Per l’applicazione della CVIM è necessaria, ovviamente, l’internazionalità della vendita. Ciò si verifica se le parti contraenti hanno la loro sede d’affari (“place of business”) in Stati diversi (art. 1.1) (6). Non rilevano, invece, gli altri elementi di internazionalità, come, ad esempio, la diversa nazionalità delle parti, il fatto che la merce debba viaggiare da uno Stato all’altro, il fatto che la proposta e l’accettazione abbiano luogo in Stati diversi oppure che la consegna avvenga in uno Stato diverso da quello in cui il contratto è stato concluso, come invece avveniva nella Convenzione dell’Aja del 1964. Dato questo presupposto, la Convenzione risulterà applicabile quando gli Stati in questione “sono Stati contraenti” o “quando le norme di diritto internazionale privato rimandano all’applicazione della legge di uno Stato contraente” (art. 1.1). E’ possibile, dunque, distinguere due diversi casi: se entrambe le parti hanno la sede d’affari in Paesi aderenti alla CVIM, l’applicazione di essa sarà immediata; se, viceversa, soltanto una parte ha la propria sede d’affari in uno Stato aderente alla CVIM, essa sarà applicata solo se, in base alle norme di diritto internazionale privato, risulterà da applicare la legge di quello Stato. Se una delle parti ha più “places of business” situate in Stati diversi non tutti contraenti, si applicherà la disciplina dello Stato che ha la più stretta relazione (“closest relationship”) con il contratto (7); conseguentemente, nel caso in cui parti della vendita siano “sedi d’affari secondarie” ma dotate di una loro autonomia, si dovrà tener conto della loro ubicazione (e non di quella della società principale) per determinare la disciplina applicabile (8).  
In questo modo è evidente, da una parte, che i firmatari di Vienna non abbiano voluto un’applicazione troppo ristretta della Convenzione, come sarebbe accaduto se la sua efficacia fosse stata limitata ai casi in cui entrambi i Paesi fossero stati contraenti (9); dall’altra, è altrettanto evidente la riduzione dell’ambito di applicabilità della Convenzione rispetto alla legge uniforme del 1964. Essa prevedeva un erga omnes approach, “facendo così coincidere l’estensione della [sua] forza obbligatoria […] con il suo ambito di applicabilità” (10). La Convenzione dell’Aja risultava così applicabile in un numero esorbitante di casi, tanto che tutti gli Stati contraenti, eccetto Israele, si servirono della possibilità di apporre una riserva a tale clausola, con conseguente restringimento dell’effettiva portata della Convenzione dell’Aja ai soli casi poi presi in considerazione dell’art. 1 della Convenzione di Vienna. 
Contrariamente alla CVIM, che è un trattato internazionale e come tale applicabile solo ai rapporti fra parti appartenenti (nel senso sopra precisato) a Stati diversi, la dir. 99/44/CE (o, più correttamente, le leggi nazionali che la recepiscono, nel caso italiano, fino al 2005, il d.leg. 24/02, la cui disciplina è oggi compresa negli art. 128-135 del codice di consumo) risulta applicabile tanto alle vendite interne che a quelle transnazionali (in base agli art. 4-5 della Convenzione di Roma del 1980). Tenendo conto che il legislatore comunitario, nell’elaborazione della direttiva, ha tenuto ben presente il contenuto della Convenzione di Vienna, il risultato è stato, come ho sopra accennato, quello di uniformare la disciplina della vendita interna a quella della vendita internazionale, ferme restando alcune particolarità che permettono un’applicazione, sia pure, ormai, solo marginale, della CVIM. 

La nozione di “vendita” 

Apparentemente le due fonti utilizzano la stessa nozione di "contratto di compravendita". L’art. 1.4 della dir. 99/44/CE, infatti, include esplicitamente nella nozione di “vendita” i contratti di fornitura di beni di consumo da fabbricare o produrre, con un’evidente estensione della nozione contenuta nell’art. 1470 c.c., e in ciò si richiama quasi letteralmente all’art. 3 della CVIM. L’art. 128.1 del d.leg. 206/05 (corrispondente al precedente art. 1519 bis 1° comma c.c.) specifica ulteriormente, recependo la voce della dottrina (11), il contenuto dell’art. 1.4 della direttiva, fornendo un elenco (per lo più ritenuto esemplificativo (12) ) dei contratti a cui, oltre alla vendita in senso stretto, va riferita la novella. Essi sono la permuta, la somministrazione, l’appalto e il contratto d’opera. Oltre a questi, comunque, si ritiene che siano da considerarsi compresi fra i contratti oggetto della norma anche il contratto estimatorio e il leasing finanziario, e che, viceversa, l’appalto e il contratto d’opera siano esclusi dalla disciplina se aventi ad oggetti esclusivamente un mero servizio (13). E’ dunque evidente che entrambi i documenti ricomprendono una nozione estesa di vendita, come è stato giustamente sottolineato dalla sentenza della sezione di Este del Tribunale di Padova dell’11 gennaio 2005, in cui per il contratto di somministrazione, sulla base dell’art. 73 della CVIM che ricomprende espressamente i “contracts for the delivery of goods by installments”, cioè i “contratti a consegne successive”, è stata ritenuta applicabile, appunto, la Convenzione di Vienna. Però, nonostante l’apparente identità della nozione fra CVIM e dir. 99/44/CE, è possibile ravvisare alcune differenze. 
Innanzitutto, l’art. 3.1 della CVIM esclude dalla nozione di vendita il caso in cui il committente fornisca “una parte essenziale” del materiale necessario alla fabbricazione, con la conseguente precisazione dell’art. 3.2 per cui non si parlerà di vendita se l’obbligazione della parte fornitrice di merci consiste principalmente in una fornitura di “manodopera o altri servizi” (14). Viceversa, la disciplina comunitaria risulta applicabile anche in questo caso (15). 
In secondo luogo, la CVIM, secondo la stragrande maggioranza della dottrina, non ricomprende la permuta, come si può ricavare dal disposto degli art. 14.1, che fa esplicitamente riferimento ad uno scambio merci vs. prezzo, e dell’art. 53, che cita l’obbligo del compratore di pagare il prezzo (16), e ciò evidentemente contrasta con il disposto dell’art. 128.1 del d.leg. 206/05, che, come ho detto, ricomprende invece la permuta fra i contratti oggetto della disciplina speciale. 

Beni mobili e “beni di consumo” 

Per quanto riguarda, invece, i beni oggetto della disciplina, la CVIM parla genericamente di beni mobili (“goods”, art. 1.1); viceversa, la dir. 99/44/CE parla di “beni di consumo”.  
Apparentemente, dunque, si tratterebbe di fattispecie diverse. In realtà, l’art. 1.2 della direttiva afferma che si considera “bene di consumo” “qualsiasi bene mobile materiale tranne: i beni oggetto di vendita forzata […]; l’acqua e il gas, quando non confezionati per la vendita in un volume delimitato o in quantià determinata; l’energia elettrica”. Confrontando la definizione con quella di “bene mobile” fornita dall’art. 812 comma 3 c.c., si può sostanzialmente far coincidere la definizione di “bene di consumo” con quella di “bene mobile”, ricomprendendovi anche i beni mobili registrati e le universalità di mobili, per cui, più correttamente, si dovrebbe parlare di “vendita di beni mobili al consumatore” (17), essendo la nozione di “bene di consumo” soggettiva e non oggettiva (18). Tra l’altro, nel recepimento della direttiva, il legislatore italiano ha omesso il richiamo alla “materialità” del bene, ricomprendendo così anche beni afferenti a diritti immateriali, e interpretando così nella maniera più corretta la direttiva comunitaria che, altrimenti, nell’escludere esplicitamente l’energia elettrica dal proprio ambito di applicazione, sarebbe risultata del tutto pleonastica (19).  
Appurata l’equiparazione dei “beni di consumo” ai beni mobili, vediamo che l’analogia con la CVIM si rafforza quando esaminiamo le categorie escluse dall’applicazione della direttiva (cfr. supra) e quelle escluse dall’applicazione della Convenzione. Infatti, le ipotesi di esclusione menzionate nell’art. 1.2 della direttiva sono menzionate anche dall’art. 2 della CVIM Tuttavia la CVIM, contrariamente alla dir. 99/44/CE, esclude le vendite di titoli di credito e valuta e quelle di navi, battelli, aeronavi e aeromobili, e ricomprende la vendita di acqua e gas che, “quando non confezionati per la vendita in un volume delimitato o in quantità determinata” (art. 1.), sono esclusi dalla dir. 99/44/CE. Per quanto riguarda, invece, la vendita di beni usati e le vendite all’asta, l’art. 1.3 della direttiva afferma la possibilità, per gli Stati membri, di escluderli dall’applicazione della normativa speciale, ma il legislatore italiano ha optato per la soluzione negativa, in analogia con la CVIM per quanto riguarda i beni usati e in contrasto con essa per quanto riguarda i beni venduti all’asta (art. 2) 

Requisiti soggettivi di applicabilità. Definizione di “consumatore” 

Oltre ai casi sopra citati, l’art. 2 della CVIM afferma che le norme del trattato non si applicano ai beni mobili “acquistati per uso personale, familiare o domestico” (20), e in questo modo esclude sostanzialmente dal proprio ambito di applicazione le vendite al consumatore, per le quali viene lasciato spazio alle singole legislazioni nazionali. Viceversa, la dir. 99/44/CE si riferisce proprio alle vendite al consumatore, definito all’art. 1.1 come “qualsiasi persona fisica o giuridica che, nei contratti soggetti alla presente direttiva, agisce per fini che non rientrano nella sua attività commerciale o professionale”. Tale definizione rappresenta una rielaborazione della proposta originaria, che era invece “qualsiasi persona fisica o giuridica che, nei contratti soggetti alla presente direttiva, agisce direttamente per fini che non rientrano nella sua attività commerciale o professionale”. L’eliminazione dell’avverbio direttamente ha sottolineato l’impossibilità di un’estensione della tutela ai soggetti che operano per fini rientranti indirettamente nella loro attività professionale (21). 

Derogabilità della CVIM e imperatività della dir. 99/44/CE
 
Date queste premesse, risulta evidente che da esse deriva una diversa forza delle due fonti. 
Le norme della CVIM, oltre, ovviamente, ad essere applicabili per espresso volere delle parti (22), sono derogabili, in tutto o in parte (art. 6), sulla base del principio dell’autonomia privata: hanno cioè carattere dispositivo. Ciò è dovuto alla sostanziale parità che si presume esistente, nei contratti di vendita internazionale tra imprenditori, tra compratore e venditore. Nulla si dice, invece, riguardo al fatto che tale deroga debba essere implicita o esplicita. In sede di discussione, venne respinta tanto una proposta che prevedeva la possibilità di una deroga implicita, sia quella che prevedeva di inserire espressamente la necessità della deroga esplicita. Da ciò si può dedurre che la deroga possa essere anche implicita, ma in tal caso occorre una certa cautela interpretativa (23).  
La giurisprudenza italiana ci offre alcuni esempi al riguardo. La sentenza della Corte di Cassazione 1971/86 (riferita alla LUVI, ma in realtà da tenere in considerazione anche per la CVIM) sottolinea che “l’esigenza di uniformità che presiede alla stipulazione della convenzione […] conduce a porre l’accento sulla omogeneità della regola normativamente fissata”. Perciò il giudice dovrà prestare “particolare prudenza nell’interpretazione delle clausole al fine di ravvisare una deroga convenzionale e particolare attenzione nel desumere implicitamente dal contesto negoziale la volontà delle parti di discostarsi da quella uniformità di disciplina che rappresenta un valore di certezza” (24). 
Più recentemente, una sentenza del Tribunale di Padova (25), sezione di Este, sottolinea l’importanza della volontà dell’esclusione della CVIM. Il caso di specie riguardava una compensazione di crediti fra una società italiana e una società austriaca, ma, al di là della decisione finale adottata dal giudice, quella che qui rileva è la prima parte della sentenza, in cui si esamina proprio se sia da applicare la CVIM o no. Trattandosi di una vendita internazionale, bisognerà innanzitutto stabilire quali norme siano applicabili, se quelle di diritto internazionale privato (e quindi la Convenzione dell’Aja del 1955) o quelle di diritto materiale uniforme (e quindi la CVIM). Il giudice opta per la seconda ipotesi, perché la CVIM è norma speciale rispetto alla Convenzione dell’Aja del 1955, e per di più permette un’applicazione diretta, evitando il “doppio passaggio” che è invece necessario per l’applicazione delle norme di diritto internazionale privato (26) (cfr. supra). Verificati i presupposti oggettivi di applicabilità, sulla base delle norme sopra esaminate, bisogna verificare se le parti abbiano, implicitamente o esplicitamente, escluso l’applicazione della CVIM. Non rileva, ai fini di una esclusione tacita, il silenzio delle parti o l’esclusivo riferimento al diritto interno di uno Stato (che pure può rappresentare un elemento a favore della tesi dell’esclusione). Nel caso di specie, dalla difesa svolta dagli avvocati, risulta che le parti non si siano rese conto dell’applicabilità della Convenzione, e di conseguenza non possano aver voluto escluderne l’applicazione, neppure implicitamente. In tal caso, dunque, in base al principio "jura novit curia", spetterà al giudice stabilire il diritto applicabile, in questo caso proprio la CVIM. 
Sempre lo stesso tribunale, nella sentenza dell’11 gennaio 2005, che vedeva coinvolti, da una parte, un'impresa slovena e una italina, e, dall’altra, una società cooperativa italiana, per un contratto di somministrazione, ha ritenuto che la sottoposizione del contratto alla “legge della Camera di Commercio Internazionale di Parigi” non sia elemento sufficiente né per costituire un’esclusione espressa della CVIM, né per essere un’esclusione tacita, e conseguentemente, sulla base della norma di diritto internazionale privato che non consente di scegliere regole non statali, il giudice ha ritenuto applicabile la CVIM. 
Quindi, nonostante la giurisprudenza si dimostri piuttosto cauta nel considerare se sussistano gli elementi da cui dedurre una deroga tacita alla Convenzione, è indubbio che le parti abbiano la possibilità di scegliere un diritto diverso, stante la natura disponibile (v. supra) della CVIM. Al contrario, la dir. 99/44/CE, essendo finalizzata alla tutela del contraente debole, ha natura imperativa: l’art. 7.1 afferma infatti che “le clausole contrattuali o gli accordi conclusi con il venditore […] che escludono o limitano, anche indirettamente, i diritti derivanti dalla presente direttiva non vincolano il consumatore”. Per di più, l’art. 7.2, al fine di evitare che il consumatore, scegliendo come legge applicabile al contratto la legge di uno Stato non membro, sia privato della tutela che la disciplina comunitaria gli assicura, invita gli Stati ad adottare ulteriori misure di tutela.  
Nel recepimento italiano dell’art. 7 della direttiva, cioè nell’art. 134 del d.leg. 206/05 (corrispondente all’ex art. 1519 octies c.c.), è rilevante notare innanzitutto come la sanzione per le clausole limitatorie della tutela del consumatore sia la nullità (contrariamente a quanto previsto dall’art. 1490 c.c., comunque applicabile nei casi non rientranti fra le vendite di “beni di consumo). Innanzitutto, bisogna dire che si tratta di una nullità speciale, rilevabile soltanto dal consumatore oppure d’ufficio dal giudice: per questo, si è parlato di “nullità parziale necessaria” (27). In secondo luogo, essa si riferisce soltanto alle clausole limitatorie delle garanzie assicurate dagli art. 128 e ss. del codice di consumo, e solo nel caso di patti precedenti alla scoperta del difetto di conformità, ponendo quindi il problema di stabilire se, nel caso di accordi successivi, sia lasciata piena libertà alle parti o sia da applicare la disciplina degli art. 33 ss. d.leg. 206/05 con conseguente inefficacia della clausola vessatoria (28). 
Peraltro, si è notato come l’art. 8 della direttiva affermi la possibilità, per il consumatore, di servirsi di rimedi diversi da quelli previsti dalla direttiva stessa. Ora, come vedremo, essa non prevede il risarcimento del danno, per cui resterebbe la possibilità di escluderlo, in quanto non rientrante nelle disposizioni dell’art. 7 (e quindi dell’art. 134 del d.leg. 206/05), salvo che una simile clausola sarebbe poi colpita da inefficacia sulla base degli art. 33 e ss. del d.leg. 206/05 (29). 
La direttiva (e le norme del codice di consumo che la recepiscono) non specifica, però, quali siano le conseguenze dell’inserimento delle clausole che limitano la responsabilità del venditore. La dottrina ritiene che, ex art. 1419 c.c. comma 2, tali clausole saranno sostituite da altre norme imperative, cioè quelle degli art. 128 e ss. del d.leg. 206/05 (30). 

La nozione di “conformità al contratto” e quella di “aliud pro alio” 

La Convenzione dell’Aja equiparava la non-consegna dei beni alla consegna di beni non conformi al contratto (art. 33). La Convenzione di Vienna, invece, differenzia le due ipotesi di inadempimento totale e inadempimento inesatto, imponendo, in quest’ultimo caso, alcuni oneri a carico del compratore (art. 38-39, cfr. infra). Bisogna comunque premettere che, se da una parte si differenzia l’inadempimento totale dall’inadempimento inesatto, dall’altra si assume una nozione unitaria di prestazione inesatta (art. 35), escludente eventuali vizi giuridici della cosa e comprendente invece le diverse ipotesi di vizi, mancanza di qualità e “aliud pro alio”. Apparentemente si tratta di una innovazione notevole, dal momento che il nostro diritto interno distingue fra le diverse ipotesi. In realtà, il criterio unitario di mancanza di conformità al contratto ha una lunga tradizione giuridica, risalente addirittura al codice prussiano del 1794 (§ I, 5, 319) e all’Allgemeines Burgerliches Gesetzbuch austriaco (§§ 922 ss.), per poi giungere alla LUVI del 1964 (art. 33). In secondo luogo, poi, la dir. 99/44/CE segue la strada tracciata dalla CVIM quando parla, genericamente, di “conformità al contratto”. 
In entrambi i casi, comunque, se la presenza di vizi e la mancanza di qualità essenziali rientrano indubbiamente nella fattispecie della “mancanza di conformità”, altrettanto non si può dire con certezza riguardo al caso di “aliud pro alio”. Sulla questione sono state formulate ipotesi contrastanti. Per parte della dottrina (31), le espressioni utilizzate dal legislatore comunitario sarebbero talmente ampie da far ricomprendere nella nozione di “difetto di conformità” anche l’”aliud pro alio”, permettendo finalmente la semplificazione della materia. Altra parte della dottrina (32) (a dir la verità minoritaria), invece, pur riconoscendo tale vantaggio, ritiene che la sussunzione di questa species all’interno del genus della “mancanza di conformità” sarebbe eccessivamente penalizzante per l’acquirente (o acquirente-consumatore), che risulterebbe soggetto al più rigido sistema di rimedi e ai più ristretti termini di prescrizione previsti per l’inadempimento parziale rispetto a quanto previsto per l’inadempimento. Di conseguenza, tanto per la CVIM quanto per la dir. 99/44/CE, si è ritenuto che l’ambito di applicazione delle norme sui “difetti di conformità” sia limitato al caso di consegna di beni comunque rientranti nella categoria prevista dal contratto, lasciando l’”aliud pro alio” soggetto ai rimedi previsti (dalla stessa CVIM o dall’ordinamento interno) per l’inadempimento. 

 Vizi materiali e vizi giuridici 

Sia gli art. 35-36 della Convenzione di Vienna sia la dir. 99/44/CE parlano di difetti di conformità materiali. Per quanto riguarda, invece, eventuali pretese che i terzi vantano sulla cosa, l’art. 41 della CVIM prevede esplicitamente che “il venditore deve consegnare beni liberi da ogni diritto o pretesa di terzi”, salvo, ovviamente, il consenso dell’acquirente. Si tratta, quindi, di una vera e propria obbligazione del venditore, analoga a quella riguardante i vizi materiali e conducente ad analoghe conseguenze, così come, del resto, accade nel nostro ordinamento interno. 
Così come abbiamo visto per i vizi materiali, la CVIM prevede una disciplina unitaria per tutti i vizi giuridici, in analogia con il BGB e diversamente, questa volta, dall’ordinamento italiano. Rientra in questa fattispecie anche la consegna di beni privi di presupposti necessari per la loro commercializzazione sulla base delle leggi interne vigenti, poiché in tal caso l’inadempimento non consiste nella consegna di un bene privo delle caratteristiche dovute, ma piuttosto nel fatto che il bene, pur conforme a quanto previsto nel contratto riguardo alle sue caratteristiche materiali, non corrisponde a determinati presupposti normativi (33). 
Per quanto riguarda, invece, le “pretese” (“claim”) dei terzi, ci si riferisce al caso in cui un terzo molesti l’acquirente asserendo di avere dei diritti sul bene, anche se tali affermazioni risultino prive di fondamento. Apparentemente, dunque, la posizione del venditore risulta così molto gravosa, ma in realtà la norma si riferisce, comunque, solo a quei diritti vantati dal terzo capaci di produrre incertezza giuridica sulla proprietà della cosa e comunque sempre che il venditore non sia in grado di provare che le cause dell'inadempimento non sono a lui imputabili (art. 79 CVIM).  
Si tratta di una soluzione ben diversa da quella adottata negli ordinamenti nazionali. La CVIM, infatti, configura la presenza di pretese dei terzi come un inadempimento, con i conseguenti diritti per il compratore. Nei sistemi di ispirazione francese è sì presente un regolamento analogo con riguardo al pericolo di evizione, ma in tal caso si dà al compratore solo la possibilità di sospendere il pagamento del prezzo; nei sistemi tedesco e anglosassone, addirittura, la rivendicazione del bene da parte del terzo non ha alcuna importanza, salvo che, ovviamente, il compratore non perda effettivamente il bene a causa di essa. 
Sorge, a questo punto, il problema di stabilire quando i “diritti o pretese” dei terzi debbano sussistere perché si possa parlare di inadempimento del venditore. Negli ordinamenti a base consensualistica i vizi giuridici devono essere anteriori alla conclusione del contratto; negli ordinamenti in cui, invece, il consenso non è sufficiente per il trasferimento della proprietà si considerano i vizi anteriori al momento dell’acquisto della proprietà da parte del compratore. La CVIM considera, invece, dovendo risultare applicabile in ordinamenti così diversi, il momento della consegna, sia che con essa si realizzi il trasferimento della proprietà, sia in caso contrario. 
L’art. 41 precisa, inoltre, che la protezione da esso prevista non si estende ai casi in cui il compratore abbia acconsentito a ricevere beni gravati da diritti o pretese altrui. Tale approvazione non richiede forme particolari. L’eventuale riconoscimento del diritto del terzo libera il venditore, a meno che il compratore non abbia consegnato il bene al terzo nella convinzione del diritto di quest’ultimo, specialmente se ciò deriva da una causa imputabile al venditore. 
Per quanto riguarda la derogabilità della norma in questione, l’art . 6 della CVIM afferma la derogabilità pattizia delle norme della convenzione, tuttavia in tutti gli ordinamenti vi è un limite all’esonero di responsabilità per evizione del venditore nel fatto proprio di quest’ultimo (art. 1487 2° comma c.c. it., art. 1628 c.c. fr.) o nella sua frode (§ 443 BGB). Si potrebbe quindi concludere che tale problema non rientri fra quelli regolati dalla CVIM e quindi sia lasciato (ex art. 7) ai singoli ordinamenti nazionali. In realtà, lo stesso art. 7 afferma che le norme della CVIM devono essere interpretate in modo da garantire comunque la buona fede e, di conseguenza, l’esonero di responsabilità per evizione sarà valido solo se, appunto, non contrario ad essa (34). 
Sorge spontaneo, a questo punto, il confronto con la dir. 99/44/CE. In essa, infatti, contrariamente alla CVIM, si parla dei soli vizi materiali, e non di quelli giuridici, e tutta la disciplina appare modellata sui vizi materiali. Né dai lavori preparatori risulta che essa intenda regolare anche questi ultimi, sussumendoli nella categoria dei vizi materiali, per cui si può concludere che la disciplina dei vizi giuridici viene lasciata ai vari legislatori nazionali. Tale conclusione, che vede la dottrina pressoché unanimemente concorde (35), è confermata dal legislatore tedesco, che ha autonomamente operato per equiparare la disciplina dei vizi materiali e dei vizi giuridici (pur rimanendo distinti i due concetti all’interno del BGB), e ha stabilito però, analogamente alla Convenzione di Vienna e in forza della diversità di natura dei vizi giuridici rispetto a quelli materiali, più lunghi termini di prescrizione. 

Criteri suppletivi di determinazione della conformità 

Passiamo ora a vedere sulla base di quali criteri un bene risulta conforme o meno al contratto. La nozione di conformità del bene al contratto si ricava innanzitutto dalla lettera del contratto stesso. Solo in assenza di previsioni pattizie contrarie valgono alcuni criteri suppletivi, sostanzialmente analoghi nell’art. 35.2 della CVIM e nell’art. 2.2 della dir. 99/44/CE. Bisogna però sottolineare che, mentre le previsioni della CVIM vengono a configurare una sorta di “conformità minima”, al di là della quale, per rispondere ad elementari esigenze di sicurezza commerciale, non sorge una specifica obbligazione del venditore, che dunque non risulterà inadempiente se le merci, che pure non hanno soddisfatto il compratore, risultano rispondenti a tali criteri (36), nella direttiva europea l’elencazione ha un carattere più esemplificativo che tassativo (37). I criteri suppletivi adottati in entrambi i documenti sono:  
-l’idoneità dei beni agli usi a cui vengono destinati abitualmente beni dello stesso tipo, cioè il possesso delle caratteristiche necessarie per la loro funzionalità e l’assenza di vizi o difetti che la limitino, la escludano o ne riducano sensibilmente il valore di scambio; 
-l’idoneità ad usi speciali voluti dal compratore, ma qui la CVIM richiede semplicemente che essi siano portati a conoscenza del venditore (espressamente o tacitamente) al momento della stipulazione del contratto, in analogia a quanto previsto dal nostro diritto interno, mentre la dir. 99/44/CE richiede l’accettazione, anche per fatti concludenti, da parte del venditore; 
-il possesso delle qualità presenti nel campione o modello (o, nella dir. 99/44/CE, il possesso delle qualità promesse dal venditore), che nella LUVI era invece subordinato ad un impegno (espresso o implicito) del venditore a fornire merci analoghe (art. 33 c). 
Oltre a questi criteri comuni nei due documenti, la CVIM prevede anche l’imballaggio secondo gli usi o, in assenza, in maniera adatta a proteggere le merci, mentre la dir.99/44/CE richiede il possesso delle qualità e delle prestazioni abituali “di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente aspettarsi, tenuto conto della natura del bene e, se del caso, delle dichiarazioni pubbliche [...] fatte al riguardo dal venditore, dal produttore o dal suo rappresentante, in particolare nella pubblicità o sull’etichettatura”. Previsione in parte analoga (anche se parla, più correttamente, di garanzia, riferita, dunque, essenzialmente al futuro) è quella dell’art. 36.2 della CVIM che afferma la responsabilità del venditore per quei difetti di conformità imputabili “all’inesecuzione di uno qualsiasi dei suoi obblighi, compreso il venir meno ad una garanzia che, per un certo periodo, le merci si manterranno adeguate al loro uso normale o ad un uso speciale o conserveranno le qualità e le caratteristiche specificate”. Tali previsioni si riferiscono, quindi, alle aspettative che il venditore, di propria iniziativa, ha suscitato nel compratore. Tuttavia, se la direttiva fa esplicitamente riferimento alle “dichiarazioni pubbliche”, senza lasciar spazio a dubbi sulla necessità di una dichiarazione esplicita del professionista, la CVIM non precisa se la garanzia debba essere prestata esplicitamente o sia sufficiente anche una garanzia implicita. La soluzione pare essere intermedia, considerandosi operante la garanzia se essa risulta in maniera obiettiva (anche se non necessariamente esplicita) dal contenuto del contratto, quando cioè le parti abbiano inteso fare affidamento su una certa durata del bene (38).  
E’ da notare che la garanzia opera nel senso di un’inversione dell’onere probatorio: se nel caso previsto dall’art. 36.1 bisognerà verificare che il difetto manifestatosi successivamente alla consegna risulta causato da un vizio preesistente, nel caso dell’art. 36.2 il collegamento sarà presunto. Solo in presenza di eventi naturali imprevedibili o inosservanza delle regole di prudenza e diligenza da parte del compratore o di un terzo il venditore sarà esonerato dalla responsabilità. 
La norma distingue inoltre tra garanzia che i beni si manteranno idonei ad un certo uso e garanzia che essi manterranno determinate caratteristiche. Il concetto di “idoneità all’uso” è parzialmente diverso da quello di “conformità” del bene. Infatti, possono sopraggiungere dei difetti che, pur facendo perdere al bene determinati requisiti, lo lasciano comunque idoneo ad assolvere all’uso per cui è stato acquistato, e quindi il concetto di “idoneità all’uso” presuppone una certa tolleranza da parte del compratore. Ovviamente, un uso “non normale” del bene fa venir meno l’obbligazione di garanzia da parte del venditore. 
Per quanto riguarda, invece, il mantenimento di determinate caratteristiche, la dichiarazione del venditore può avere natura globale oppure riguardare solo alcune delle caratteristiche del bene stesso, e può anch’essa essere esplicita o implicita. In questo caso, sorge il problema di stabilire la presenza di un eventuale diritto del compratore ad una “durata minima” del bene. In assenza di pattuizioni specifiche, la risposta da dare sembra essere in senso negativo: anche in presenza di una durata eccezionalmente breve rispetto allo standard medio per beni dello stesso tipo, la soluzione sembra piuttosto consistere nel ravvisare nel rapidissimo deterioramento un segno di un inesatto adempimento dell’obbligazione del venditore (39).  
Se la CVIM risulta quindi piuttosto chiara nel distinguere la garanzia che le merci si manterranno adeguate per il loro uso normale e la garanzia che esse conserveranno le caratteristiche specificate, altrettanto non si può dire per la direttiva europea. L’espressione utilizzata in quest’ultima (“la qualità e le prestazioni abituali di un bene dello stesso tipo, che il consumatore può ragionevolmente attendersi”, art. 2.2), infatti, è piuttosto ambigua. In Italia il concetto di “prestazione abituale” e quello di “prestazione che il consumatore può ragionevolmente attendersi” sono state considerate in maniera unitaria, mentre sia il legislatore inglese sia quello tedesco hanno preferito separare le due diverse ipotesi. Infatti le qualità e le prestazioni abituali di un bene fanno riferimento a uno standard “medio” di riferimento, mentre le qualità e le prestazioni che il consumatore può ragionevolmente attendersi fanno riferimento ad elementi ulteriori, basati sulle dichiarazioni fatte dal venditore, anche (e soprattutto) attraverso l’etichettatura e la pubblicità, che vengono così ad assumere carattere vincolante, salvo per le eccezioni previste all’art. 2.4.  
Sia la CVIM che la dir. 99/44/CE stabiliscono poi il venditore non è invece responsabile per i vizi conosciuti dal compratore (consumatore), o che comunque questi non poteva ragionevolmente ignorare, al momento della conclusione del contratto (art. 35.3 CVIM e art. 2.3 della dir. 99/44/CE), in parallelo con l’art. 1491 c.c., che però mantiene la responsabilità del venditore nel caso in cui quest’ultimo affermi che la cosa è esente da vizi, e comunque il venditore non è responsabile nemmeno se prova che il difetto di conformità deriva da istruzioni o materiali forniti dal consumatore (art. 2.2 dir. 99/44/CE e art. 129.3 d.leg. 206/05). 

 Difetti di conformità manifestatisi successivamente al passaggio del rischio 

Si pone, a questo punto, il problema di stabilire quando il difetto di conformità debba manifestarsi perché l’acquirente possa ricorrere ai rimedi previsti nei due documenti in esame. Per la CVIM il venditore è responsabile dei difetti di conformità esistenti al momento trasferimento del rischio, anche se si manifestano in un momento successivo (art. 36.1), e anche per quei difetti che si verificano dopo tale momento e che sono dovuti ad un inadempimento di una qualsiasi obbligazione del venditore, ad esempio la garanzia che per un certo periodo i beni si manterranno idonei al loro uso o che conserveranno determinate caratteristiche (art. 36.2); per la dir. 99/44/CE, il venditore “deve consegnare beni conformi al contratto di vendita” (art. 2.1) e”risponde al consumatore di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene” (art. 3.1). 
Se riteniamo, a questo punto, che la CVIM e la dir. 99/44/CE non influiscano sul sistema di trasferimento della proprietà (che nel nostro ordinamento continuerebbe a trasferirsi, anche nei casi rientranti nelle previsioni dei documenti in esame, con il semplice scambio dei consensi), vediamo che sorgono differenze fondamentali fra diritto interno, CVIM e dir. 99/44/CE.  
Il diritto interno, infatti, essendo incentrato sul principio consensualistico, pone come momento del passaggio del rischio il consenso stesso (con il relativo passaggio di proprietà): i vizi devono essere presenti in tale momento, o comunque essere riconducibili a cause ad esso anteriori, perché si possa parlare di responsabilità del venditore. La CVIM, non affrontando il problema del momento in cui si trasferisce la proprietà, lascia ai singoli ordinamenti interni il problema di determinarlo, e quindi, dato che nel nostro ordinamento con lo scambio dei consensi si trasferisce la proprietà, è in tale momento che si trasferiscono anche i rischi. La responsabilità del venditore permane dunque nei casi in cui il difetto di conformità si verifica: 
-dopo il momento del passaggio del rischio, ma prima della consegna, a causa di un inadempimento del venditore dell’obbligo di consegna (ad es. la scelta di un imballaggio inidoneo); 
-dopo la consegna al compratore (ad es. la fornitura di informazioni errate sull’uso del bene, come avviene anche secondo l'art. 2.5 della direttiva). 
La disciplina comunitaria, invece, affermando che “il venditore risponde al consumatore di qualsiasi difetto di conformità esistente al momento della consegna del bene” (art. 3.1), fa permanere la responsabilità del venditore anche nel periodo di tempo intercorrente tra il passaggio di proprietà e la consegna del bene, in deroga al principio “res perit domino” , e questo per assicurare la tutela del consumatore che, nel caso di un’applicazione rigida delle regole nazionali sul passaggio del rischio, risulterebbe notevolmente menomata rispetto alle intenzioni del legislatore comunitario. In tal modo, la responsabilità del venditore viene ad assumere il carattere di responsabilità oggettiva, a prescindere, quindi, da dolo o colpa. 
Bisogna inoltre sottolineare come la presenza di vizi della cosa al momento della consegna, anche se diviene manifesta solo successivamente, costituisce comunque un’ipotesi di inadempimento da parte del venditore (art. 36.1 CVIM; art. 5 dir. 99/44/CE, corrispondente all’art. 132.1 del d.leg. 206/05, che precisa che “il venditore è responsabile[...]quando il difetto di conformità si manifesta entro il termine di due anni dalla consegna del bene”). 
Bisognerà poi verificare il collegamento tra la manifestazione di un vizio successiva alla consegna e la presenza di un difetto di conformità (occulto) al momento della consegna stessa. Sarà necessario, dunque, porre in relazione il difetto con lo stato in cui si trovava il bene al momento della consegna, per stabilire se esso possedesse o meno in quel momento i requisiti dovuti, considerando dunque come difetto preesistente solo quel difetto la cui presenza sia di per sé idonea a escludere l’immunità da difetti del bene al momento del trasferimento del rischio (per la CVIM) o della consegna (per la dir. 99/44/CE) (40). 
Tuttavia, la dir. 99/44/CE, all'art. 5.3, stabilisce un'importante caso di inversione dell'onere della prova. Infatti, "fino a prova contraria, si presume che i difetti di conformità che si manifestano entro sei mesi dalla consegna del bene esistessero già a tale data, a meno che tale ipotesi sia incompatibile con la natura del bene o con la natura del difetto di conformità". Ovviamente, questa presunzione di preesistenza del difetto opera in favore del consumatore che, in questo caso, contrariamente alla disciplina generale, si trova esonerato dall'onere di provare la sussistenza del vizio al momento della conclusione del contratto (41). 

I termini per la denuncia dei vizi  

Secondo la CVIM, il compratore è tenuto a esaminare (o far esaminare) la merce (art. 38.1) e a denunciare il vizio entro un termine “ragionevole” dalla scoperta (art. 39.1), e comunque non oltre due anni dal momento della consegna (art. 39.2). Previsione analoga si ha per quanto riguarda la denuncia di eventuali pretese o diritti dei terzi, anche se in realtà non viene precisato il termine di due anni dalla consegna (art. 43). La verifica deve essere compiuta sulla base degli usi commerciali tipici dell’area geografica, del tipo di merce e della qualità delle parti: perciò, se il compratore non è tecnicamente preparato per esaminare direttamente la merce, la sua verifica potrebbe essere considerata non adeguata e quindi precludergli la strada verso i rimedi previsti nei successivi articoli. La dir. 99/44/CE riprende, ma solo in parte, la disciplina materiale uniforme, prevedendo una responsabilità entro due anni dalla consegna (art. 5.1) e la possibilità (di cui il legislatore italiano si è avvalso con l'art. 1519-sexies c.c., oggi art. 132 d.leg. 206/05), di introdurre un onere di denuncia per il compratore entro due mesi dalla scoperta, onere che ricalca (con però un termine ben preciso) quello previsto dall’art. 39.1 della CVIM.  
Emergono qui le analogie e le differenze tra i due documenti. In entrambi c'è un termine biennale accompagnato da un termine di decadenza più breve che decorre dalla scoperta del difetto. Tuttavia, nella CVIM ciò si accompagna all'onere di esaminare la merce "nel più breve tempo possibile", onere che è invece assente nella dir. 99/44/CE. I termini temporali fissati appaiono volti essenzialmente a limitare nel tempo la protezione fornita al compratore, ma possono essere aumentati (o, nella CVIM, anche diminuiti) sulla base di esplicite previsioni contrattuali o di una particolare garanzia prestata dal venditore. In generale, le previsioni in questione assumono la funzione di impedire eccezioni prive di fondamento da parte del compratore, e infatti, nel caso della CVIM, salva la presenza di ragionevoli giustificazioni (art. 44 della CVIM, che esclude comunque la risarcibilità del mancato guadagno e che, per di più, nei fatti non è mai stato applicato), la giurisprudenza si è dimostrata sempre particolarmente severa nei confronti del compratore, non richiedendo particolari requisiti formali per la denuncia (come del resto accade normalmente secondo gli usi commerciali), ma richiedendo sempre una notevole precisione nella descrizione del difetto (42). 
Per quanto riguarda gli aspetti formali, la CVIM non richiede, per la denuncia, particolari vincoli formali: infatti in essa non è stato riprodotto l’art. 39.2 della LUVI che prevedeva, unitamente alla denuncia, la necessità dell’invito al venditore ad esaminare la merce. Neanche la dir. 99/44/CE sembra richiedere particolari oneri formali. Inoltre, la denuncia non rientra fra gli atti recettizi, e conseguentemente è sufficiente, perché abbia efficacia, la semplice spedizione al venditore. Del resto, nel caso della dir. 99/44/CE, ciò risponde alle esigenze di quella maggiore tutela del consumatore che rappresenta lo spirito della direttiva stessa (43). Tuttavia la denuncia, avendo comunque una funzione partecipativa, rientra fra gli “atti ad indirizzo necessario”, e conseguentemente richiede l’uso di mezzi idonei a raggiungere l’indirizzo del destinatario (44).  
Riguardo, invece, agli aspetti sostanziali, vediamo che la fissazione di un limite temporale non eccessivamente ampio e la necessità dell’indicazione specifica dei difetti della merce consente un adeguato contemperamento degli interessi delle parti: infatti, il venditore necessita di un’indicazione specifica per poter predisporre gli eventuali rimedi, mentre per il compratore tale onere non risulta certo particolarmente gravoso, dato che egli, comunque, si dovrà limitare a riscontrare l’esistenza del difetto, senza ricercarne la causa (45). 
A proposito, invece, dei termini per la denuncia dei vizi di conformità, evidentemente la dir. 99/44/CE non pone particolari problemi, dato che, così come recepita nell’ordinamento italiano, stabilisce un termine di due mesi dalla scoperta, notevolmente maggiore rispetto agli otto giorni previsti dall'art. 1495.1 c.c.. Viceversa, come ho detto, nella CVIM il termine non è normativamente fissato, ed è legato alla verifica della qualità della merce effettuata dal compratore. Relativamente al momento in cui il compratore è tenuto ad effettuare la verifica, la CVIM utilizza l’espressione “nel più breve tempo possibile”, periodo che ricorre dalla consegna della merce; tuttavia, se la consegna è stata effettuata in anticipo rispetto al momento originariamente previsto ed è stata accettata dal compratore, il termine ricorre dal momento originariamente previsto.  
La successiva denuncia deve avvenire entro un “tempo ragionevole” (“within a reasonable time”) dalla scoperta (art. 39.1), contrariamente a quanto previsto dalla LUVI, che parlava, invece, del “più breve tempo possibile” (“dans un bref delai”). Ovviamente, si tratta di un canone valutabile caso per caso, anche in relazione al tipo di rimedio richiesto dal compratore (46). La giurisprudenza, come ho sopra sottolineato, ha mostrato sempre una particolare severità al riguardo. 
Ricordiamo qui, in particolare, la sentenza del Tribunale di Vigevano riguardante una fornitura di gomma vulcanizzata, i cui vizi vennero denunciati dopo un periodo di quattro mesi (periodo giudicato eccessivo dal giudice) e la già citata sentenza del Tribunale di Rimini, riguardante le società Al Palazzo S.r.l. e Bernardaud s.a. Essa riguardava un decreto ingiuntivo di pagamento emesso dal Tribunale di Rimi contro Al Palazzo s.r.l. e in favore di Bernardaud s.a., corrispettivo residuo di un contratto di vendita mobiliare con oggetto porcellane destinate all’attività di ristorazione. La Al Palazzo, oltre ad affermare che la somma dovuta era in realtà corrispondente alla seconda rata, da versare entro 90 gg., chiedeva la riduzione del prezzo, affermando che la merce era stata aperta alcuni giorni dopo la consegna e i difetti di conformità prontamente denunciati alla Bernardaud s.a. Questa, da parte sua, dichiarava che la merce era stata consegnata ben prima di quanto dichiarato dalla società italiana, e la denuncia dei difetti di conformità era avvenuta con sei mesi di ritardo rispetto al momento della consegna, e chiedeva così la conferma del decreto ingiuntivo. Il giudice si richiamò all’art. 38 della CVIM, secondo il quale il compratore deve esaminare i beni il prima possibile. Qualora non lo faccia, non decade dal diritto di garanzia, a patto che la denuncia venga comunque fatta entro un termine “ragionevole”, deciso dalle parti o determinato dal giudice sulla base delle circostanze del caso e della natura dei beni stessi (47). Nel caso di specie, la denuncia risultava essere avvenuta, come ho detto, ben sei mesi dopo la consegna, addirittura oltre il termine di quattro mesi già dichiarato eccessivo, in una precedente sentenza, dal Tribunale di Vigevano. Di conseguenza, tenendo conto anche dell’attività svolta dal compratore (attività di ristorazione, che richiede un uso frequente di merci analoghe al tipo compravenduto) e del fatto che la richiesta di un campione avrebbe rappresentato un comportamento diligente da parte del compratore, il giudice respinse il ricorso del compratore. 
Ovviamente, invece, non sorgono particolari problemi relativamente al termine complessivo di due anni (art. 39.2 CVIM e art. 5 dir. 99/44/CE), ben più ampio rispetto a quello previsto dall’art. 1495.3 c.c. Il termine decorre dalla consegna, intesa come il momento in cui il compratore entra nella materiale disponibilità del bene, anche quando l'obbligazione di consegna del venditore si concretizza nella consegna al vettore. Se la consegna viene effettuata prima della conclusione del contratto, è da quest'ultimo momento che inizia a decorrere il termine di decadenza (48). Bisogna però rilevare che il termine di un anno fissato dal nostro codice (prima dell'introduzione degli art. 1519 bis e ss.) è certamente un termine di prescrizione; viceversa, quello previsto nella CVIM è stato qualificato da parte della dottrina come termine di decadenza, perché esso non è il termine di estinzione del diritto, bensì il termine entro il quale l'acquirente mantiene la possibilità di farlo valere. Il termine di due anni fissato nella dir. 99/44/CE, invece, è stato qualificato da parte della dottrina come termine di decadenza, da altra parte come condicio juris negativa estintiva (49). A mio giudizio, se non sussistono dubbi particolari relativamente alla qualificazione del termine di due anni fissato dalla CVIM come termine di decadenza, data la sostanziale analogia di questo con il termine corrispondente fissato dalla dir. 99/44/CE, anche quest'ultimo mi pare da qualificare come termine di decadenza. Il termine fissato dalla direttiva, però, è imperativo, mentre quello fissato dalla CVIM può essere modificato dalle parti. 
Bisogna però sottolineare che il legislatore italiano, avvalendosi della possibilità concessa dall'art. 5.1 della dir. 99/44/CE, ha stabilito un termine di prescrizione di 26 mesi dal momento della consegna, per consentire al consumatore che scopra il difetto allo scadere dei 24 mesi dalla consegna di denunciarlo senza decadere da tale diritto. Tale termine vale indubbiamente in tutti i casi di vizi e mancanza di qualità promesse. Per quanto riguarda l'"aliud pro alio", la soluzione dipende dalla decisione di accogliere o meno tale concetto all'interno di quello di "difetto di conformità", per cui, in caso di risposta affermativa al problema, si rientrerà nel termine di prescrizione di 26 mesi, mentre, in caso contrario, il consumatore potrà avvalersi del termine di prescrizione decennale. 
Eccezione alla regola stabilita nell’art. 39 della CVIM è data dall’art. 40 della CVIM (che riprende l’art. 40 della LUVI) e dall'art. 132.4 d.leg. 206/05: in caso di dolo del venditore (ossia di mancata denuncia dei vizi da lui conosciuti o che comunque non poteva ignorare) non vale il limite temporale fissato per la denuncia, il diritto non si prescrive e, addirittura, secondo l'art. 132.2 del d.leg. 206/05, la denuncia non è necessaria “se il venditore ha riconosciuto l’esistenza del vizio o l’ha occultato” . Ovviamente, non è necessario che il venditore conosca l’esatta configurazione della non-conformità, ma è sufficiente che conosca i fatti da cui essa deriva, così come non è necessario un atteggiamento doloso attivo, ma il semplice silenzio (50).  

I rimedi per l’inadempimento del venditore 
L’art. 45 della CVIM e l’art. 3.2 della dir. 99/44/CE stabiliscono la possibilità per il compratore (o, nel secondo caso, consumatore), in caso di inadempimento imputabile al venditore, di esercitare una serie diritti previsti nei successivi art. 46-52 della CVIM e nei par. 3-6 dell’art. 3 della direttiva. Il principio che si può desumere da tali norme è quello della conservazione del contratto.  
Stabilito questo, la dottrina di common law ci dice che esistono tre diversi modi di tutelare i contraenti di fronte all’inadempimento. Essa distingue, infatti, tra “expectation interests” (ponendo la parte non inadempiente nella stessa condizione in cui si sarebbe trovata se ci fosse stato l'adempimento), “restitution interests” (quando si restituisce al creditore ciò che il debitore ha ricavato dall’inadempimento) e “reliance interests” (quando si pone il creditore nella stessa situazione in cui si sarebbe trovato se il contratto non fosse stato concluso) (51). La CVIM e la dir. 99/44/CE, analogamente al nostro ordinamento interno, privilegiano la prima soluzione.  
Per quanto riguarda i rimedi, fatta eccezione per la sospensione degli effetti del contratto, che ritroviamo nella CVIM (art. 47) ma non nella dir. 99/44/CE e sulla quale, di conseguenza, non mi soffermerò, essi sono comuni ai due documenti, e sono, nello specifico, la richiesta di esatto adempimento (con riparazione/sostituzione del bene), la riduzione del prezzo e la risoluzione del contratto. Prima di soffermarmi, però, sui rimedi specifici previsti nei due documenti, è necessaria una precisazione preliminare.  
Se nella CVIM non vengono posti particolari vincoli all’esperibilità di un rimedio piuttosto che dell’altro (salva, ovviamente, l’incompatibilità “logica” tra gli stessi), la dir. 99/44/CE introduce una sorta di “gerarchia”, pur lasciando salva la possibilità di modificarla o convenzionalmente o (nel recepimento italiano, art. 130.9 d.leg. 206/05) attraverso l'offerta di un rimedio da parte del venditore prima che il consumatore effettui la propria scelta (ferma restando, per il consumatore, la possibilità di respingere la proposta). Infatti, secondo il testo della direttiva, il consumatore può chiedere innanzitutto la riparazione/sostituzione, e solo ove si presentino le circostanze determinate dall’art. 3.5 può ricorrere alla riduzione del prezzo o alla risoluzione del contratto.  
Tutto ciò pone problemi di interpretazione sistematica. Infatti, l’art. 8.1 della direttiva stessa precisa che essa lascia impregiudicati gli eventuali maggiori diritti dei consumatori sanciti dagli ordinamenti nazionali. Il codice civile italiano, oltre a non prevedere il concetto di “conformità” del bene, accogliendo una concezione dell’obbligazione del venditore come obbligazione di dare, escludeva che essa comprendesse anche un’obbligazione di facere, per cui non prevedeva la possibilità di introdurre un obbligo, per il venditore, a modificare o sostituire il bene non conforme. Conseguentemente, esso, nel caso in cui il venditore avesse sì consegnato il bene, ma questo non fosse stato conforme, non prevedeva la possibilità di un’azione di esatto adempimento, per cui il compratore doveva ricorrere ai rimedi della riduzione del prezzo o della risoluzione del contratto (art. 1490 c.c.). In seguito all’accoglimento della dir. 99/44/CE nel nostro ordinamento interno, si è dunque posto il quesito se il consumatore debba sottostare alla gerarchia dei rimedi sancita dalla direttiva oppure possa valersi dell’art. 1490 c.c. per poter ricorrere direttamente alla riduzione del prezzo o alla risoluzione del contratto, e la dottrina ha generalmente accolto la seconda ipotesi (52), pur non mancando autorevoli autori che invece sostengono che l'intervento di ricezione della direttiva comunitaria abbia posto un limite alla libertà di scelta fra le diverse opzioni, pur riconoscendo che la permanenza di tale libertà sarebbe stata più corrispondente alla ratio della direttiva, che mira ad allargare la protezione del consumatore (53). 

 La richiesta di esatto adempimento (riparazione/sostituzione del bene) 

Il primo rimedio che spetta al compratore è, come ho detto, quello della richiesta di adempimento (o, più correttamente, di esatto adempimento, ex art. 46.1 CVIM e art. 3.2 dir. 99/44/CE), che, nella CVIM, si specifica non possa essere esperita se ci si è avvalsi di un rimedio con essa incompatibile, ossia la risoluzione (54), e che, comunque, può essere rivolta solo contro il venditore, senza possibilità di azione diretta contro il produttore. 
Contrariamente ai sistemi di common law, in cui si privilegia il risarcimento del danno, la CVIM e la direttiva europea in questione si richiamano al principio “pacta sunt servanda”, tipico degli ordinamenti continentali: in base a tale principio, compito primario della legge è quello di indurre i soggetti ad adempiere alle loro obbligazione. Ovviamente, però, vi possono essere situazione in cui tale azione si rivela inefficace, come nel caso, ad esempio, del venditore in difficoltà finanziarie o in liquidazione: in tal caso, né la CVIM, né la dir. 99/44/CE indicano rimedi particolari, per cui bisognerà ricorrere alle regole di diritto interno. 
Passiamo ora ad analizzare i casi in cui si può ricorrere alla riparazione e quelli in cui si può ricorrere alla sostituzione. 
In entrambi i casi, la CVIM, contrariamente alla dir. 99/44/CE, esige che la richiesta venga fatta contestualmente alla denuncia o entro un termine ragionevole da essa (che la dottrina, richiamandosi all’art. 39.2, ritiene comunque non superiore ai due anni (55) ). Inoltre, il compratore può chiedere la sostituzione del bene solo se si tratta di un inadempimento essenziale (art. 46.2); in caso contrario, potrà chiedere solo la riparazione (art. 46.3), comunque subordinata al requisito di non-irragionevolezza.. Evidentemente, in caso di difetti di conformità non particolarmente rilevanti, imporre la sostituzione del bene rappresenterebbe un onere eccessivo per il venditore, per cui la CVIM prevede tale rimedio come eccezionale, lasciando invece uno spazio generale alla richiesta di riparazione.  
Viceversa, la disciplina europea non stabilisce alcuna differenza fra l’esperibilità della riparazione e quella della sostituzione. Viceversa, il requisito della non-irragionevolezza di cui all’art. 46 della CVIM può essere agevolmente accostato ai requisiti di non-impossibilità e non-sproporzionalità richiesti all’art. 3.3 della direttiva (l'art 130.3 d.leg. 206/05 parla invece di "eccessiva onerosità", ma il significato è evidentemente analogo). Se il requisito di non-impossibilità non è chiarito dalla norma (comunque, la dottrina considera caso esemplare di impossibilità la natura infungibile del bene nel caso della sostituzione e, nel caso della riparazione, l’impossibilità di ripristino delle condizioni originarie del bene con qualsiasi obbligazione di facere (56) ), il requisito della non-sproporzionalità (o non-eccessiva onerosità) è invece minuziosamente definito. Un rimedio, infatti, si considera sproporzionato se comporta per il venditore spese irragionevoli in confronto all'altro, tenendo presente: 
-il valore che avrebbe avuto il bene se privo del difetto di conformità (risultando dunque una riparazione tanto più giustificata quanto più alto è il prezzo del bene); 
-l’entità del difetto di conformità; 
-l’eventualità che si possa ricorrere a un rimedio alternativo senza inconvenienti notevoli per il consumatore. 
Si ritiene che la scelta di un rimedio piuttosto che dell'altro, anche se fatta con domanada stragiudiziale, sia da considerarsi irrevocabile (57). Nel caso di eccessiva onerosità di uno dei rimedi primari (riparazione e sostituzione del bene), il consumatore dovrà necessariamente orientarsi verso l'altro rimedio. Se anch'esso, tuttavia, dovesse risultare eccessivamente costoso per il venditore, si dovrà ricorrere ai rimedi secondari (riduzione del prezzo e risoluzione del contratto, ex art. 130.7 a) del d.leg. 206/05). 

La riduzione del prezzo 

Come sottolineato in precedenza, mentre la CVIM, analogamente al nostro codice civile, non prevede una "gerarchia" per i rimedi esperibili dal compratore in caso di difetto di conformità, e prevede piuttosto la possibilità di ricorrere ai rimedi della riparazione/sostituzione del bene qualora venga meno il diritto alla risoluzione del contratto o alla riduzione del prezzo (art. 83). Viceversa, la dir. 99/44/CE subordina la possibilità di ricorrere ai rimedi secondari al precedente tentativo di ricorrere ai rimedi primari, lasciando però intatta la possibilità di ricorrere ai rimedi primari anche in presenza delle condizioni che danno il diritto a ricorrere ai rimedi secondari. Se, quindi, per la CVIM il compratore ha comunque diritto alla riduzione del prezzo (sia che non abbia pagato, e in tal caso sarà liberato dall’obbligazione di pagamento della parte di prezzo corrispondente alla riduzione, sia che abbia già pagato, e in tal caso avrà diritto alla restituzione della parte del prezzo corrispondente alla riduzione), il consumatore, ex art. 3.5 della dir. 99/44/CE e corrispondente art. 130.7 del d.leg. 206/05 potrà dapprima scegliere se avvalersi della riparazione o della sostituzione del bene, e solo in seconda battuta (e comunque dopo che sia stata accertata la presenza delle condizioni richieste o in via stragiudiziale o davanti al giudice (58) ) avrà diritto alla riduzione del prezzo o alla risoluzione del contratto, sempre a patto che i difetti di conformità non siano lievi (art. 3.6 della direttiva e 130.10 del Codice del Consumo), nei seguenti casi: 
-se la riparazione/sostituzione sono entrambe o impossibili o eccessivamente onerose (art. 130.7 a) d.leg. 206/05, ad esempio nel caso di beni infungibili (59) ); 
-se il venditore non ha provveduto alla riparazione/sostituzione entro un congruo termine (art. 130.7 b) d.leg. 206/05) 
-se la riparazione/sostituzione ha arrecato notevoli inconvenienti al consumatore (art. 130.7 c) d.leg. 206/05). 
Sorge, a questo punto, il problema di stabilire quali siano il "congruo termine" di cui all'art. 130.7 b) e i "notevoli inconvenienti" di cui al punto c) del medesimo articolo. La congruità del termine dovrà essere determinata dal momento della richiesta sulla base del bene oggetto del contratto e del rimedio a cui si è ricorsi (60). Per quanto riguarda, invece, l'espressione "notevoli inconvenienti", la dottrina prevalente (61) ritiene che essa si riferisca ad ogni tipo di disagio, anche non consistente in un difetto di conformità del bene riparato o sostituito, sia anteriore ad un eventuale intervento riparatorio/sostitutorio, sia successivo nel caso in cui tale intervento si riveli comunque inadeguato. 
Sorge, a questo punto, il problema di stabilire il luogo e il momento in base ai quali va calcolata la riduzione. Per quanto riguarda il luogo, la dottrina ritiene che sia necessario riferirsi, nell’ordine: 
-al luogo di prima destinazione dei beni, ove determinato nel contratto, 
-al luogo di consegna dei beni; 
-alla sede d’affari del compratore o del venditore. 
Per quanto riguarda, invece, il momento in base al quale calcolare la riduzione del prezzo, l’art. 50 della CVIM concede al compratore la possibilità di “ridurre il prezzo proporzionalmente alla differenza fra il valore che le merci effettivamente consegnate avevano al momento della consegna e il valore che merci conformi avrebbero avuto in tale momento”, sempre che il venditore non rimedi o che il compratore non rifiuti l’adempimento. La scelta di calcolare la riduzione sulla base del valore dei beni al momento della consegna (e non al momento della conclusione del contratto, come nella LUVI e nell'ordinamento italiano) è stata fatta seguendo le indicazioni dei Paesi anglosassoni, nei quali tale "voce" è inserita all’interno del danno complessivo risarcito (62). Per quanto riguarda, invece, le modalità del calcolo, i redattori della CVIM hanno voluto rifarsi al metodo “relativo”, previsto nel § 472 BGB.
In tal modo, sebbene venga mantenuta la proporzione fra le prestazioni così come stabilita nel contratto, prendendo come riferimento per la riduzione non il prezzo contrattuale, ma il prezzo di mercato al momento della consegna, in termini assoluti l’equilibrio viene mutato (63).  
Altri metodi utilizzabili sarebbero stati: 
-il metodo “assoluto”, di common law, che prevede due possibili varianti: 1) far pagare all’acquirente il valore oggettivo della merce difettosa, per cui la riduzione del prezzo corrisponde alla differenza tra il prezzo contrattuale e il valore oggettivo della cosa; 2) calcolare la differenza dei valori obiettivi della cosa, l’uno con riferimento al valore ideale, l’altro al valore reale; 
-il metodo “francese”, che lascia a esperti il compito di determinare il prezzo della cosa (64).  
La CVIM si dimostra, qui, più precisa della dir. 99/44/CE, che afferma semplicemente che la riduzione dev'essere "adeguata" e "congrua" (art. 3.5, corrispondente all'art. 130.7 del d.leg. 206/05). Spetterà quindi all'interprete la scelta fra metodo relativo e assoluto, anche se la dottrina ritiene preferibile, comunque, la scelta del criterio "proporzionale" voluto dalla CVIM (65), mentre, per quanto riguarda il momento in base al quale va calcolata la riduzione sembra preferibile scegliere il momento della consegna (66). 
Evidentemente, il rimedio della riduzione del prezzo costituisce, nello stesso tempo, un elemento di conservazione e di una innovazione notevole rispetto al nostro diritto interno. Esso, infatti, in linea con la tradizione romanistica, prevede l’”actio quanti minoris” (o “actio aestimatoria”), ma non come diritto potestativo del compratore, bensì con la necessità di ricorrere comunque al giudice. L’innovazione introdotta dalla CVIM (ripresa dalla dir. 99/44/CE) risponde all’esigenza di celerità e semplicità dei traffici: l’intervento del giudice potrà verificarsi solo ex post, solamente in caso di controversia fra le parti. In caso contrario, basterà la semplice dichiarazione del compratore e, non essendoci nella CVIM norme particolari dalle quali si desuma la natura recettizia della dichiarazione, sarà sufficiente la spedizione al venditore, con effetti, quindi, immediati.  
Non è chiaro se il rimedio in questione sia applicabile solo nel caso di difetti di conformità materiali, oppure anche nel caso di vizi giuridici. In realtà, il problema si pone solo per la CVIM, dal momento che, per la dir. 99/44/CE, la dottrina, come ho sopra sostenuto, si è pronunciata per la non applicabilità dell'intera sua disciplina ai vizi giuridici.  
Attenendosi al rigido dato letterale, la CVIM sembrerebbe escludere l'esperibilità di questo rimedio per i vizi giuridici. La delegazione norvegese aveva proposto un emendamento per includere esplicitamente la presenza di vizi giuridici all'interno dei casi in cui si può ricorrere a questo rimedio, ma alla fine si decise di lasciare il giudizio ai tribunali. Ad ogni modo, la soluzione sembra essere positiva, alla luce del disposto dell’art. 44, che prevede la possibilità di avvalersi del rimedio della riduzione del prezzo ex art. 50 anche in assenza di una denuncia tempestiva se il compratore ha una ragionevole giustificazione. Infatti, la soluzione negativa sarebbe del tutto irragionevole, poiché permetterebbe di ricorrere alla riduzione del prezzo (in presenza di vizi giuridici) solo nel caso di ritardo giustificato della denuncia (ex art. 44) e non nel caso di denuncia effettuata tempestivamente.  
Comunque, il venditore conserva il diritto a rimediare all’inadempimento. Infatti, nel caso di consegna anticipata, il venditore, fino alla data prevista per la consegna, può rimediare ad ogni difetto (art. 37), e, anche dopo la data di consegna, può comunque rimediare a patto che ciò non causi un ritardo irragionevole o non causi inconvenienti irragionevoli al compratore (art. 48).  
Bisogna poi osservare che, contrariamente a quanto previsto per la richiesta di adempimento, nella CVIM non sono stabiliti termini temporali per ricorrere a questo rimedio. Quindi, salvo il rispetto di quanto previsto all’art. 39 (con l’eccezione dell’art. 44), il compratore può disporre la riduzione del prezzo in qualunque momento, fermi restando, ovviamente, i limiti temporali stabiliti per la denuncia del difetto. Lo stesso dicasi per la dir. 99/44/CE 
Come ho sottolineato in precedenza, il valore della riduzione viene calcolato rispetto al momento della consegna: perciò, se in tale momento il valore del bene è diverso rispetto a quello che il bene stesso aveva nel momento della conclusione del contratto, per il compratore può essere più o meno conveniente scegliere la riduzione del prezzo o valersi della risoluzione (67). 

La risoluzione del contratto
 
La risoluzione (art. 49) rappresenta infatti l’ultimo dei rimedi previsti, incompatibile con una successiva richiesta di adempimento e anche con la riduzione del prezzo, perché questi due rimedi tendono comunque alla conservazione del contratto. Essa, invece, tende a cancellare gli effetti del contratto: si pone quindi in antinomia rispetto agli scopi della CVIM e della dir. 99/44/CE e, conseguentemente, per evitare risoluzioni in presenza di inadempimenti di scarsa entità o risoluzioni di comodo, i due documenti limitano notevolmente i casi in cui si può ricorrere ad essa. Per la CVIM i casi sono due:  
-“inadempimento essenziale” (“fundamental breach”). Tale inadempimento, analogamente a quanto avviene nei sistemi di civil law, può riguardare anche una singola obbligazione, ed è definito all’art. 25, secondo il quale “una inosservanza del contratto commessa da una delle parti è essenziale quando causa all’altra parte un pregiudizio tale da privarla sostanzialmente di ciò che questa era in diritto di attendersi dal contratto, a meno che la parte in difetto non abbia previsto un tale risultato e che una persona ragionevole, di medesima qualità, posta nella medesima situazione, non avrebbe anch’essa potuto prevederlo”. Spetterà (come al solito) al compratore il compito di determinare se si tratta di un inadempimento essenziale o meno, con eventuale intervento del giudice solo ex post; 
-mancata consegna, se il venditore non adempie entro il termine supplementare fissato dal compratore o non promette l’adempimento entro tale termine. L’importanza data alla consegna è tale che, comunque, essa dà diritto alla risoluzione.  
Occorrerà dunque distinguere fra inadempimento fondamentale e inadempimento non fondamentale: nel primo caso, sarà possibile ricorrere alla risoluzione immediata, oltra a quella alla scadenza del termine addizionale ex art. 47; nel secondo caso, si potrà ricorrere solo a quest’ultima.  
La direttiva, invece, parla di inadempimento "minore" ("trivial"), affermando che esso non dà diritto alla risoluzione del contratto. La necessità che l'inadempimento sia "non-trivial" non sembra corrispondere esattamente al "fondamental breach" di cui parla la CVIM, e pare invece più vicina al nostro "inadempimento di non scarsa importanza" (art. 1455 c.c.) (68).  
Sembrerebbe, dunque, che vi sia una differenza notevole fra la CVIM e il diritto italiano (art. 1492 c.c.) e francese (art. 1644 c.c.), che lasciano al compratore la possibilità di scegliere a quale rimedio ricorrere (69), mentre non vi siano grandi differenze fra il nostro ordinamento e la dir. 99/44/CE. 
Altro aspetto da sottolineare è che, così come per gli altri rimedi, di regola non è necessario l'intervento del giudice, né secondo la CVIM, né secondo la dir. 99/44/CE: non si tratta, perciò, di una risoluzione giudiziale ma, analogamente a quanto previsto dal sistema tedesco, e similarmente alla nostra “diffida ad adempiere” (art. 1454 c.c.), è lo stesso compratore che può porre il venditore di fronte all’alternativa di dare esecuzione al contratto o di vedere lo stesso risolto (70). Ciò rappresenta un’innovazione rispetto alla LUVI, poiché quest’ultima prevedeva sia la risoluzione su dichiarazione unilaterale del compratore (analogamente alla CVIM), sia la “ipso facto avoidance”, analoga alla nostra risoluzione automatica, che però è stata espunta poiché estranea agli ordinamenti di common law (71). Nella CVIM, quindi, la risoluzione assume la natura di diritto potestativo esercitabile, in presenza di un inadempimento essenziale o di mancata consegna anche nel termine supplementare fissato dal compratore, tramite dichiarazione unilaterale recettizia, senza forme particolari (72).  
La soluzione in questione rappresenta dunque un compromesso tra il sistema di common law e quello di civil law. Nel sistema di common law, infatti, non esiste la risoluzione automatica ma, in presenza di inadempimento grave (“condition”, contrapposto all’inadempimento di minore importanza, o “warranty”, che dà diritto al solo risarcimento del danno), il compratore può “ripudiare” il contratto e rifiutare i beni, cessando, ovviamente, di essere obbligato al pagamento del prezzo. Nella norma in questione, si risente appunto degli ordinamenti anglosassoni, in quanto il rimedio della risoluzione è proponibile solo in presenza di un inadempimento grave. In tutto ciò, dunque, il tipo di risoluzione previsto nella CVIM si distingue sia dalla risoluzione giudiziale (poiché evidentemente, in risposta alle esigenze di celerità dei traffici, non si richiede l’intervento del giudice), sia dalla risoluzione di diritto (perché la risoluzione non opera automaticamente alla scadenza di un termine). C’è maggiore affinità, invece, con la clausola risolutiva espressa, poiché la dichiarazione avviene in seguito alla dichiarazione di una parte, anche se quest’ultima trova la sua fonte nel contratto (e non nella CVIM) e deve riguardare obbligazioni determinate (mentre quella espressa nella CVIM riguarda un inadempimento generico). Altro istituto al quale si avvicina è la risoluzione di diritto ex art. 1517 c.c., in base al quale “la risoluzione ha luogo di diritto a favore del contraente che, prima della scadenza del termine stabilito, abbia offerto all'altro, nelle forme di uso, la consegna della cosa o il pagamento del prezzo , se l'altra parte non adempie la propria obbligazione. [...] Il contraente che intende valersi della risoluzione disposta dal presente articolo deve darne comunicazione all'altra parte entro otto giorni dalla scadenza del termine; in mancanza di tale comunicazione, si osservano le disposizioni generali sulla risoluzione per inadempimento”. Tuttavia, questo articolo presuppone l’offerta del pagamento del prezzo da parte del compratore (che nella CVIM non è richiesta) e impone un termine di otto giorni.  
Considerazioni analoghe valgono anche per la dir. 99/44/CE. La direttiva, infatti, non specifica in che modo il consumatore possa ricorrere al rimedio della risoluzione del contratto (e analogamente per quanto riguarda la riduzione del prezzo), poiché dice che il consumatore potrà "richiedere" la risoluzione del contratto (o la riduzione del prezzo). In realtà, il consumatore potrà sì rivolgersi al giudice per chiedergli di accertare la sussistenza dei requisiti previsti all'art. 130.7 d.leg. 206/05 (e, in tal caso, la sentenza avrà valore costitutivo), tuttavia parte della dottrina ritiene che corrisponda alla ratio legis della direttiva la possibilità, per il consumatore, di "dichiarare" (stragiudizialmente) al venditore di voler risolvere il contratto (o ridurre il prezzo), esercitando così un suo diritto potestativo analogo a quello previsto dall'art. 49 della CVIM (e, in tal caso, la sentenza avrà valore dichiarativo). In quest'ultimo caso, poi, il venditore potrà, a sua volta, rivolgersi al giudice nel caso in cui contesti la legittimità del rimedio richiesto dal compratore o l'entità della diminuzione del prezzo (73). Altra parte della dottrina (74), invece, ritiene che tale soluzione, che pure corrisponderebbe a quella tutela del consumatore a cui mira la direttiva, non troverebbe precedenti nel diritto europeo, ma, alla luce delle considerazioni sopra svolte, è evidente l'analogia con il precedente della Convenzione di Vienna. 
Per quanto riguarda i limiti temporali, oltre a valere i limiti temporali che la CVIM e la dir. 99/44/CE fissano per la denuncia dei difetti, vi sono altri limiti posti dalla CVIM. Essi decorrono dal momento della consegna, e servono a evitare un eccessivo pregiudizio per il venditore e assicurare la certezza e la celerità dei traffici. Si tratta di una regola presente sia nella common law (pensiamo al Sale of Goods Act inglese) sia nella civil law. Il periodo di tempo non è specificato, se non come “ragionevole”, ma si distingue il caso di consegna tardiva, in cui il periodo di tempo “ragionevole” è calcolato dal momento in cui il compratore è venuto a conoscenza della consegna, e il caso di inadempimento diverso dalla consegna tardiva. Il periodo di tempo “ragionevole” decorre, a seconda dei casi (art. 49.2 CVIM): 
-dal momento dell’inadempimento; 
-dalla scadenza del termine supplementare fissato dal compratore ex art. 47.1 o dopo la dichiarazione del venditore che non adempirà entro quel termine; 
-dalla scadenza del termine supplementare fissato dal venditore ex art. 48.2 o dopo la dichiarazione del compratore che non accetterà l’adempimento. 
Oltre a questi casi, valgono le regole generali stabilite 
-assenza di denuncia entro un termine ragionevole dalla scoperta del difetto di conformità, e comunque entro due anni (art.39 CVIM); 
-assenza di denuncia del diritto o della pretesa dei terzi sulla cosa entro un termine ragionevole dal momento in cui ne è venuto a conoscenza, anche oltre i due anni (art. 43); 
-impossibilità di restituire i beni in uno stato "sostanzialmente uguale" a quello in cui li ha ricevuti (art. 82.1), salvi i casi in cui il deterioramento o perimento della cosa a) non siano imputabili al compratore, b) siano dovuti alla verifica prevista all'art. 38 della CVIM oppure c) l'alienazione della cosa sia avvenuta nel normale svolgimento dell'attività commerciale dell'acquirente o il consumo o la trasformazione della cosa siano avvenute prima della scoperta del difetto di conformità (art. 82.2). 
La dir. 99/44/CE, come ho detto, salvi i termini per la denuncia dei vizi, nulla prevede a proposito dei casi sopra esaminati, per cui sarà necessario ricorrere al diritto interno, in particolare all'art. 1492 3° comma c.c. Tale norma è in parte analoga a quella della disciplina uniforme, prevedendo, analogamente all'art. 82.1 a) CVIM, che, se la cosa si è deteriorata o è perita in conseguenza dei vizi (cioè, in sostanza, il deterioramento/perimento non è imputabile al compratore), quest'ultimo conserva la possibilità di chiedere la risoluzione del contratto. Maggiori problemi pone il seguito della norma in questione, secondo il quale "se [...] [la cosa] è perita per caso fortuito o per colpa del compratore o se questi l'ha alienata o trasformata, egli non può domandare che la riduzione del prezzo". Secondo la costante giurisprudenza (75), l'azione di alienazione o trasformazione del bene rappresenterebbero la volontà di conservare il vincolo contrattuale, e da qui nascerebbe l'impossibilità di richiedere successivamente la risoluzione del contratto. Secondo parte della dottrina (76), però, da ciò deriverebbe un vincolo ulteriore per il consumatore, cioè la possibilità di restituire il bene, che esulerebbe dal tassativo elenco previsto dal legislatore comunitario. Altra parte della dottrina (77), però, ritiene che non si possa comunque prescindere dai principi generali di correttezza e buona fede, ed evidentemente prevedere la possibilità, per il consumatore a conoscenza dei difetti del bene, di disporre a piacimento dello stesso per poi ricorrere alla risoluzione del contratto, sarebbe contrario ad essi. 
In caso di inadempimento reciproco, spetterà a un terzo stabilire quale inadempimento sia prevalente e quindi tale da conferire all’altra parte il diritto alla risoluzione del contratto. 
Sorge qualche problema, invece, a proposito dell’eccezione di inadempimento, prevista dal nostro codice civile all’art. 1460, e che né la CVIM né la dir. 99/44/CE prevedono espressamente. Tuttavia, l’art. 58.1 prevede la possibilità, per il venditore, di fare del pagamento una condizione per la consegna dei beni e il compratore è tenuto a pagare il prezzo nel momento in cui il venditore gli mette a disposizione i beni oggetto del contratto. A contrario, dunque, il compratore può sospendere il pagamento del prezzo se non è avvenuta la consegna, e ciò anche per escludere la disparità fra le parti che altrimenti si determinerebbe e sulla base del principio di conservazione del contratto. Ovviamente, il compratore potrà servirsi di questa eccezione solo se non sia obbligato ad adempiere prima del venditore. Comunque, tale eccezione non libera il compratore dall’obbligazione al pagamento del prezzo, ma semplicemente la dilata, sospendendo momentaneamente il contratto in vista dei successivi rimedi per l’inadempimento o l’inesatto adempimento. 
La risoluzione, facendo venir meno la causa delle attribuzioni patrimoniali corrispettive, fa sorgere il diritto alla restituzione di quanto prestato (con obbligo di contemporaneità delle restituzioni, ex art. 81 CVIM). In particolare, il venditore sarà tenuto a restituire anche gli interessi dal momento del pagamento del prezzo (art. 84.1 CVIM), interessi valutati dalla giurisprudenza italiana, in assenza di indicazioni specifiche all’interno della CVIM e della dir. 99/44/CE, come interessi legali (78), salvo, ovviamente, patto contrario. Tuttavia, l'art. 84.1 CVIM e l'art 130.8 d.leg. 206/05 (che, peraltro, non trova corrispondenza nella direttiva) precisano che bisogna tener conto anche dell'eventuale vantaggio che il compratore abbia ricavato dal bene (nel codice del consumo, in realtà, si parla dell'"uso" del bene), per cui, in pratica, il venditore dovrà restituire al compratore una somma pari alla differenza fra il prezzo ricevuto e le utilità percepite dal compratore (corrispondenti ai frutti della cosa e/o al suo deterioramento) nel caso in cui il prezzo sia già stato pagato; nel caso in cui, invece, il prezzo non sia già stato pagato, il compratore dovrà corrispondere al venditore i frutti e la somma corrispondente all'eventuale deterioramento dovuto all'uso della cosa stessa, anche nel caso in cui si trovi nell'impossibilità di restituire la cosa. 

Risarcimento del danno 

In aggiunta ai precedenti rimedi, la CVIM precisa che il compratore può richiedere il risarcimento del danno (art. 45), anche nel caso in cui sia venuto meno il diritto alla risoluzione del contratto. La dir. 99/44/CE, invece, occupandosi solo di "taluni aspetti della vendita e della garanzia dei beni di consumo" , non prevede un diritto al risarcimento del danno. Tuttavia, l'art. 8 della stessa afferma che le norme europee non fanno venire meno eventuali maggiori tutele previste dal diritto nazionale. E, in tema di risarcimento del danno, l'omissione di un intervento integrativo del legislatore italiano (contrariamente al legislatore austriaco) fa pensare non ad una dimenticanza, ma alla volontà di far salvo il ricorso alla disciplina che il c.c. prevede in materia di risarcimento (79). Questo non significa, tuttavia, che la disciplina codicistica del risarcimento non risulti influenzata dalla direttiva: per esempio, il concetto di "oggettività" del difetto di conformità, a prescindere, quindi, dal dolo del venditore, mal si concilia con l'opposto principio stabilito dall'art. 1494, che subordina, invece, il risarcimento del danno alla mala fede del venditore.  
Oltre a questo, comunque, vi sono altri consistenti problemi.  
Innanzitutto bisognerà stabilire se la responsabilità del venditore deriva dall'inadempimento dell'"obbligazione di consegnare beni conformi" (con conseguente applicazione degli art. 1218 ss. c.c.) oppure rientra nella garanzia per vizi (con applicazione, quindi, degli art. 1494 ss. c.c.), con differenze anche per quanto riguarda la prescrizione (decennale o annuale) . In secondo luogo, è dubbio se il risarcimento del danno possa costituire un rimedio a sé stante, oppure esperibile solo contestualmente ai rimedi indicati a livello europeo. Per di più, il risarcimento del danno corrispondente alla diminuzione del valore della cosa rappresenterebbe un modo per "aggirare" la gerarchia dei rimedi della direttiva, che invece pone la riduzione del prezzo come rimedio secondario) (80). Queste considerazioni, unite al fatto che, comunque, la direttiva sembra privilegiare l'esecuzione specifica rispetto al risarcimento per equivalente, portano la dottrina a ritenere che il consumatore non possa decidere di optare per il risarcimento qualora lo ritenga più conveniente rispetto agli altri rimedi, ma l'esperibilità di tale rimedio risulti sempre subordinata a quella degli altri (81). 

 Conclusioni 

Se il legislatore, attraverso il codice di consumo, ha riunito e organizzato in maniera organica la disciplina normativa riguardante la figura del consumatore, mettendo finalmente ordine in un quadro quanto mai confuso, altrettanto non può dirsi a proposito del contratto di vendita, per il quale la disciplina dettata dal c.c. risulta, ormai, marginale, dato che, come ho sopra ricordato, le vendite al consumatore (disciplinate dal codice del consumo) e quelle internazionali fra imprenditori finiscono (disciplinate dalla CVIM) per assorbire la quasi totalità delle vendite. Ne consegue, quindi, che abbiamo una disciplina generale della vendita (quella dettata, appunto, dal c.c.) che, in realtà, ha una applicazione limitata a pochi casi, mentre le discipline particolari finiscono per riguardare la generalità dei casi. Il legislatore non ha dunque colto l’opportunità, fornita dalle notevoli analogie fra le norme della dir. 99/44/CE e quelle della CVIM, di riformare la disciplina della vendita alla luce delle mutate esigenze del mercato, in cui la necessità di una forte tutela del consumatore e la presenza di scambi a livello sopranazionale ha reso superate le norme del c.c. Da ciò, quindi, sono derivati i numerosi problemi che ho sopra messo in luce, relativi al rapporto fra la tutela assicurata dalla disciplina comunitaria e le norme del c.c., problemi dovuti all’assunzione di due nozioni di vendita diverse e dall’utilizzo di rimedi estranei al nostro sistema. Da queste considerazioni deriva dunque la speranza che il legislatore prosegua nella redazione di “codici”, così come accaduto per il codice del consumo, il codice della privacy e il codice delle assicurazioni, cercando così di fornire un quadro organico della disciplina del contratto di vendita, attualmente "dispersa" in numerose fonti differenti, fornendo così un quadro generale che sostituisca definitivamente l'ormai superata disciplina del contratto di vendita così come contenuta oggi nel codice civile. 
 
Note 
1 esecutive con la l. 21/06/1971 n. 816 e in vigore dal 23 agosto 1972 al 31 dicembre 1987 
2 esecutiva con la l. 765/85 e in vigore dal 1° gennaio 1988 
3 Sacco Il campo di applicazione della Convenzione dell’Aja del 1964 e della Convenzione di Vienna in La vendita internazionale: la Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980, 399 
4 Cass. S.U. 828/99, Contr., 2000, 660 
5 ma, in senso contrario, Luminoso La compravendita, 418 (“[La Convenzione di Vienna], con la sua entrata in vigore […] ha determinato il venir meno dell’efficacia, per l’Italia, delle due precedenti Convenzioni dell’Aja del 1964”) 
6 salvo che ciò non risulti nè dal contratto, né dalle trattative, né dallo scambio di informazioni tra le parti 
7 Carbone L’ambito di applicazione ed i criteri interpretativi della Convenzione di Vienna sulla vendita internazionale in La vendita internazionale: la Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980, 69 
8 Avon Vendita internazionale di merci e diritto materiale uniforme: tre decisioni definite “straordinarie” da http://www.avvocatisandona.com/modules.php?name=news&file=article&sid=130; Trib. Padova sez. Este 25/04/04 in http://www.altalex.com/index.php?idstr=108&idnot=10106, che considera la sede d’affari come “luogo dal quale viene svolta un’attività commerciale caratterizzata da una certa durata e stabilità, nonché da una certa autonomia” 
9 anche se, per iniziativa dei Paesi socialisti, si è introdotto l’art. 95, che permette di apporre una riserva alla possibilità che la Convenzione operi anche nel caso in cui solo una delle parti abbia sede in uno Stato contraente (cfr. Carbone, Lopez de Gonzalo Commento all’art. 1 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 6) 
10 Carbone, Lopez de Gonzalo, cit., 4 
11 Hazon Attuata la direttiva 99/44/CE: si rafforza la tutela del consumatore, Contr., 2002, 396 
12 Hazon, cit., 396; Corso Vendita dei beni di consumo in F. Galgano Commentario del Codice Civile Scialoja-Branca, Libro IV: Obbligazioni art. 1519 bis - 1519 nonies, 15 
13 Luminoso, cit., 295; Hazon, cit. 397; Corso, cit., 9. Parte della dottrina, contrariamente alla giurisprudenza, ritiene inoltre che sia irrilevante la prevalenza della prestazione di dare o di quella di facere ai fini dell’applicazione della disciplina in questione (Musolino L’applicazione della disciplina sui beni mobili di consumo ai contratti d’appalto e d’opera in N. Giur. Civ. e Comm., 541) 
14 da valutarsi, essenzialmente, in base al valore economico delle prestazioni (Carbone, Lopez de Gonzalo, cit., 8) 
15 Corso, cit., 14; Musolino, cit., 540 
16 Corso, cit., 11 
17 Luminoso, cit., 301 
18 Di Paola Vendita di beni di consumo: si rafforzano le garanzie per l’acquirente, N. L. Civ. Comm., 312 
19 Hazon, cit., 397. In ciò, il recepimento italiano della direttiva contrasta invece con la Convenzione di Vienna, che invece richiede che il bene, al momento della consegna, sia “mobile e tangibile” (cfr. Trib. Pavia 468/99 in Corr. Giur., 2000, 932; Trib. Vigevano 405/00, Giur. It., 2001, 280; Trib. Rimini 3095/02 in http://www.unilex.info/case.cfm?pid=1&do=case&id=823&step=FullText) 
20 a meno che il venditore non fosse a conoscenza del fatto che i beni erano acquistati per tale uso 
21 Hazon, cit., 398 
22 fermi restando i limiti posti dalle norme imperative nazionali e dal diritto internazionale privato 
23 Bonell Commento all’art. 6 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 18 
24 Bonell, cit., 18 
25 Trib. Padova sez. Este 25/04/04 in http://www.altalex.com/index.php?idstr=108&idnot=10106 
26 Trib. Rimini, cit., e Trib. Padova sez. Este 11/01/05 
27 Luminoso, cit., 354. Hazon preferisce parlare di “nullità relativa” (Hazon, cit., 406). La relazione governativa parla di “nullità di protezione” (Corso, cit., 178) 
28 Luminoso, cit., 354. Hazon si pronuncia decisamente per la seconda ipotesi (Hazon, cit., 406). Corso, invece, ritiene che la tutela accordata dalla disciplina in esame al consumatore si fermi nel momento della scoperta del vizio, dopodiché la condizione del consumatore sarà quella di un creditore che può disporre liberamente dei propri diritti (Corso, cit., 183) 
29 Di Paola, cit., 331 
30 Corso, cit., 180 
31 Luminoso, cit., 313; Hazon, cit., 401; D. Corapi La direttiva 99/44/CE e la Convenzione di Vienna sulla Vendita Internazionale: verso un nuovo diritto comune della vendita? , Eur. e Dir. Priv., 2002, 662 
32 Corso, cit., 35 
33 Vecchi Commento all’art. 41 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 188 
34 Vecchi, cit., 194 
35 Luminoso, cit., 314; Corso, cit., 38 
36 Ubaldi Commento all’art. 36 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 153 
37 Luminoso, cit., 307 
38 Ubaldi, cit., 159 
39 Ubaldi, cit., 161 
40 Ubaldi, cit., 156; Corso, cit., 159 
41 Corso, cit., 159; Luminoso, cit., 351 
42 Avon, cit. 
43 Corso, cit., 154 
44 Frattini Commento all’art. 39 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 177 
45 Frattini, cit., 178; Corso, cit., 153 
46 Frattini, cit., 179 
47 Trib. Vigevano, cit. 
48 Corso, cit., 151 
49 Luminoso, cit., 348 
50 Corso, cit., 156 
51 Alpa, Bessone Inadempimento, rimedi, effetti della risoluzione nella vendita internazionale di cose mobili in La vendita internazionale: la Convenzione di Vienna dell’11 aprile 1980, 186; Di Prisco Commento agli art. 45-46 in Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 205 
52 Luminoso, cit., 360; Corso, cit., 105 
53 Hazon, cit., 403 
54 nel caso della direttiva ovviamente, la specificazione non è necessaria, poiché si potrà ricorrere alla risoluzione solo dopo aver fatto ricorso alla richiesta di riparazione/sostituzione del bene 
55 Di Prisco, cit., 212 
56 Luminoso, cit., 333; Corso, cit., 111 
57 Di Paola, cit., 322 
58 e, nella maggior parte dei casi, il costo economico dovuto al ricorso al giudice fungerà da deterrente e farà preferire al consumatore la scelta del rimedio ripristinatorio (Corso, cit., 120) 
59 Corso, cit., 119 
60 Corso, cit., 117 
61 Luminoso, cit., 332; Corso, cit., 114 
62 Alpa, Bessone, cit., 199; De Nictolis Commento all’art. 50 in C. M. Bianca Convenzione di Vienna sui contratti di vendita internazionale di beni mobili, 235 
63 De Nictolis, cit., 238 
64 Alpa, Bessone, cit., 199 
65 Di Majo Garanzia e inadempimento nella vendita di beni di consumo, Eur. e Dir. Priv., 2002, 12 
66 Corso, cit., 131 
67 De Nictolis, cit., 236 
68 Di Majo, cit., 10 
69 Di Majo, cit., 10 
70 Alpa, Bessone, cit., 205 
71 De Nictolis, cit., 223 
72 De Nictolis, cit., 224; Bianca La Convenzione di Vienna del 1980 e il diritto interno in Istituto Internazionale per la Promozione della Cultura Arbitrale Inadempimento contrattuale e limitazioni della responsabilità in appalto, vendita e trasporto internazionale, 165 
73 Corso, cit., 122 
74 Luminoso, cit., 345 
75 Cass. 489/01 (Contr., 2001, 645); Cass. 3500/98 (F. It., 1998, 2460); Cass. 1212/93 (Giur. It., 1993, 1666); Cass. 347/80 (Giur. It., 1981, 824) 
76 Zaccaria, De Cristofaro, La vendita dei beni di consumo, 97 
77 Corso, cit., 130 
78 Alpa, Bessone, cit., 206 
79 Hazon, cit., 403; Luminoso, cit., 356 
80 Luminoso, cit., 356 
81 Di Majo, cit., 13

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