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STUDIO LEGALE 

AVVOCATO FLAVIO TOVANI

L'ADOZIONE INTERNAZIONALE
L'adozione internazionale ripropone, su un piano diverso, quella posizione di dipendenza fra Paesi poveri e Paesi ricchi che, formalmente superata in ambito politico, è ancora drammaticamente attuale sul piano economico. Infatti, se si guarda, per esempio, alle statistiche francesi, si vede che emerge una crescita pressoché costante delle adozioni internazionali (più che triplicate tra il 1979 e il 1999) e i Paesi di provenienza sono quasi esclusivamente Paesi più poveri, come quelli dell’Est europeo, dell’Africa, dell’Asia o dell’America Latina (G. Gouzes, Rapport au Premier ministre: Pour une éthique de l’adoption internationale, Paris 2001, 21 ss.): di conseguenza, in tutti i casi in cui si è trattato di creare delle convenzioni in materia, è sempre emersa una contrapposizione tra gli interessi dei due gruppi di Paesi, pur nella centralità dell'interesse del minore,  
Se osserviamo l’evoluzione degli strumenti convenzionali in materia di adozioni e di minori in generale, vediamo che è proprio questo “interesse del minore” a rappresentare una delle costanti. 

La Convenzione dell’Aja del 1965 su Giurisdizione, Legge Applicabile e Riconoscimento dei Provvedimenti Riguardanti le Adozioni
 
Già la convenzione dell’Aia del 1965 su giurisdizione, legge applicabile e riconoscimento dei provvedimenti riguardanti le adozioni (internazionali), che pure prevede la competenza del giudice del Paese (di residenza o di nazionalità) dell’adottante (o degli adottanti, se coniugati) (art. 3) e l’applicazione della legge nazionale di quest’ultimo (o questi ultimi) (art. 4), prevede altresì il rispetto di eventuali regole del Paese d’origine del bambino per quanto riguarda il consenso, la consultazione o la comparizione personale del minore o dei suoi familiari (art. 5). Al di là di quelle che sono poi le regole tecniche di riconoscimento dell’adozione o della sua annullabilità o revocabilità, qui ci interessa l’art. 6, secondo il quale le autorità “shall not grant an adoption unless it will be in the interest of the child”. Inoltre, anche attraverso l’aiuto di organizzazioni pubbliche o private operanti nel campo delle adozioni internazionali e di operatori sociali con un certa esperienza nel settore delle adozioni, deve essere condotta un’inchiesta sulle condizioni degli adottanti, del bambino e della sua famiglia d’origine. 

La Convenzione Europea sull’Adozione di Minori (Strasburgo, 1967) 
La Convenzione Europea di Strasburgo del 1967 che, contrariamente a quella dell’Aia del 1965, non si riferisce alle sole adozioni internazionali, ma anche a quelle interne, fa anch’essa riferimento al consenso dei genitori, che però non viene lasciato all’arbitrio dei singoli Stati, ma viene espressamente richiesto, salvo i casi previsti dall’art. 5.3, dall’art. 5.1 . Ciò che rileva è che qui i riferimenti all’interesse del minore e alle inchieste riguardanti i soggetti coinvolti nell’adozione, che nell’art. 6 della Convenzione dell’Aja del 1965 sono delle norme in bianco (cos’è l’interesse del minore?, cosa si dovrebbe verificare di preciso tramite l’inchiesta?) vengono qui “riempite”. L’interesse del minore di cui parla l’art. 8.1, pur non essendo definito compiutamente, vincolerà il giudice, nella scelta della famiglia adottiva, a favore di chi offrirà la garanzia di “a stable and harmonious home” (art. 8.2), mentre in generale non si riterrà esistente tale interesse se la differenza di età fra adottante/i e adottato è diversa da quella normalmente esistente fra genitori e figli (art. 8.3). Anche gli elementi che dovranno essere appurati dall’inchiesta (condotta da soggetti analoghi a quelli previsti dalla Convenzione dell’Aja del 1965) non sono elencati tutti, ma si prevede che, “inter alia”, l’inchiesta debba accertare la personalità, lo stato di salute e i mezzi dell’adottante, le sue motivazioni, le eventuali motivazioni contrarie del coniuge, il legame già esistente (e la sua durata) fra adottante e adottando, la personalità e lo stato di salute dell’adottando, il suo parere sulla proposta di adozione, e infine le eventuali convinzioni religiose dell’adottante e del minore (art. 9.2).  

La Risoluzione (77) 33 del Consiglio d’Europa 
Dieci anni dopo, il principio implicito nella previsione di un’inchiesta riguardante anche la famiglia d’origine del minore verrà esplicitato in un’importante risoluzione del Consiglio d’Europa, la n. 33 del 1977 “On placement of children”, che enuncerà all’art. I.1.1 che “the need for placement should be avoided as far as possibile throught preventive measures in support for families”. Insomma, è certo meglio che il minore resti nella sua famiglia d’origine, che dovrà quindi essere adeguatamente sostenuta, e solo nel caso in cui ciò non sia possibile si porrà il problema del “placement” del minore. Dunque, interesse del minore è innanzitutto restare, ove sia possibile, nella sua famiglia di origine. L’interesse del minore viene ulteriormente definito all’art. I.1.3, allorché si precisa che “the arrangements made for the child […] should try to censure the highest possibile degree of satisfaction of his developing emotional needs and his physical wellbeing as well as any preventive medical, educational or other care necessary to meet any special problems he may have”. Per soddisfare tale esigenza, dovranno essere assicurati i legami con la famiglia di origine (che implica un “placement” che privilegi la vicinanza geografica rispetto a questa, v. art. II.2.10), stabilità affettiva, rispetto della sua individualità, un ambiente culturale e sociale adatto per la società, integrazione nella comunità locale e, per l’adolescente, la possibilità di assumersi, gradualmente, le sue responsabilità. 
Anche in questa risoluzione si fa poi riferimento al coinvolgimento di organizzazioni operanti nel settore, della famiglia di origine, di chi si prende cura del minore e del minore stesso “as he matures in understanding” (art. II.2.4, principio importantissimo, ripreso in tutte le convenzioni internazionali dalla fine degli anni ‘80 e soprattutto alla base della Convenzione di Strasburgo del 1996). A livello europeo seguiranno poi il documento sull’adozione, volto a incoraggiare la cooperazione fra Stati, adottato all’unanimità il 1° luglio 1992 dal Consiglio Economico e Sociale delle Comunità Europee e la Raccomandazione 1443 (2000), che conferma l’accento posto sui diritti del minore e contiene un invito a ratificare la convenzione dell’Aja, adottata il 26 gennaio 2000 dall’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa.
 

La Risoluzione 41/85 dell’Assemblea Generale dell’O.N.U. 
Con la Risoluzione 41/85 dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite si parla, per la prima volta non più di semplice “interest” del minore, ma di “best interest” (art. 5), principio che si poteva già desumere dalla sopra vista risoluzione del Consiglio d’Europa laddove si parlava dell’obbligo di pronunciare una decisione volta non semplicemente a un buon grado di soddisfazione dei bisogni affettivi e del benessere fisico del minore, ma a “the highest degree”. Allo stesso modo, dopo aver affermato che il minore dovrebbe restare, se possibile, nella famiglia d’origine (art. 3) ed essere curato dai suoi genitori (art. 13), ribadendo così il già noto principio di sussidiarietà dell’adozione (o dell’affidamento) rispetto alla permanenza del minore nella sua famiglia, afferma un altro principio implicito nella risoluzione del Consiglio d’Europa del ’77, laddove si sottolineava l’importanza di collocare il minore in una posizione geografica non lontana dalla famiglia di origine, in modo da consentirgli di mantenere i contatti con quest’ultima. La risoluzione dell’Assemblea Generale, infatti, afferma che l’adozione internazionale può essere considerata una soluzione laddove il bambino non abbia la possibilità di essere curato nel Paese di origine (art. 17), e precisa poi, di fronte ai problemi che già negli anni ’80 cominciavano a profilarsi, che i governi dovranno adottare leggi e misure di supervisione volte ad assicurare la protezione dei minori coinvolti nelle adozioni internazionali (art. 18, prevedendo oltretutto, ex art. 16, un controllo sulla relazione fra il minore e i potenziali genitori adottivi), vietando ogni atto di “illicit placement” dei minori (art. 19) e di “improper financial gain” per i soggetti coinvolti (art. 20). 
Inoltre, la Convenzione prevede che il minore che tenti di ottenere lo statuto di “rifugiato” benefici della protezione necessaria per permettergli di ottenere i diritti che gli vengono riconosciuti dalla Convenzione stessa (art. 22) e che gli Stati adottino tutte le misure necessarie per proteggere i minori coinvolti in conflitti armati (art. 38). 

La Convenzione dei Diritti del Fanciullo (New York, 1989) 
Dopo aver riaffermato il principio del “best interest of the child” (art. 3.1, poi espressamente ribadito per l’adozione all’art. 21, che significa innanzitutto che l’attenzione maggiore va al bambino e non al desiderio dei potenziali genitori adottivi di avere dei figli [Gouzes]), questa convenzione richiama, ancora una volta, la preferenza per il mantenimento del minore presso la propria famiglia di origine (art. 9.1), salvo che l’allontanamento corrisponda, appunto, a tale “best interest”, implicando ciò l’adozione di politiche contro l’abbandono dei minori, fornendo assistenza ai genitori (artt. 18.2 e 19.2), e a favore del loro reinserimento nella famiglia di origine (Gouzes). E di nuovo si ribadisce, accanto al principio di sussidiarietà dell’adozione rispetto al mantenimento del minore nella propria famiglia di origine (per cui l’adozione e gli strumenti analoghi, come la kafalah islamica, sono finalizzate a fornire protezione e cura al minore privo di una propria famiglia), il principio di sussidiarità dell’adozione internazionale rispetto a quella interna (art. 21 b) ). Ancora una volta, a ricordare come spesso i bambini siano oggetto di un vero e proprio “traffico”, c’è il disposto dell’art. 11, che impegna gli Stati a combattere “the illicit transfer and non-return of children abroad”, e quello dell’art. 21 c), che vieta, come l’art. 20 della precedente risoluzione, ogni “improper financial gain”.  
A queste disposizioni sull’adozioni se ne aggiunge una sulla protezione dei minori rifugiati (art. 22). 

La Carta Africana dei Diritti e del Benessere del Fanciullo (1990) 
Prima di passare al documento internazionale più significativo in materia di adozione internazionale, ossia la Convenzione dell’Aja del 1993, ci resta ora da esaminare un documento regionale, la Carta Africana del 1990. I principi affermati sono quelli già ampiamente visti: “best interest of the child” (art. 4), sussidiarietà dell’adozione rispetto al mantenimento del minore nella sua famiglia d’origine (art. 18.1), e comunque mantenendo i legami con quest’ultima (art. 18.2), e dell’adozione internazionale (a patto che in Stati aderenti alla Carta Africana o alla Convenzione Internazionale dei diritti del Fanciullo) rispetto a quella interna (art. 24 b) ), l’attenzione a evitare traffici o speculazioni economiche sui minori (art. 24 d) ). L’unica novità è data dalla promozione di accordi internazionali per assicurare che l’adozione internazionale sia guidata da appositi organi o autorità (art. 24 e) ). 

La Convenzione dell’Aja del 1993 
Ma veniamo ora a parlare del principale documento internazionale in materia di adozione, la Convenzione dell’Aja del 1993, per vedere quali sono i principi in essa affermati e i problemi a cui essa voleva porre rimedio (principi e problemi spesso analoghi a quelli delle precedenti convenzioni, ma divenuti molto più pressanti con la crescita numerica del fenomeno “international adoption” (G. Parra-Aranguren, History, philosophy and general structure of the Hague adoption convention, in J. Doek – H. van Loon – P. Vlaardingerbroek (edited by), Children on the Move. How to implement their right to family life, The Hague – Boston – London 1996, 63) o, più correttamente, “intercountry adoption”(S. Detrick, A Commentary on the United Nations Convention on the Rights of the Child, The Hague – Boston – London 1999, 345) e constatare come e se, nel recentissimo caso dell’Arche, essa sia riuscita nei propri intenti. 
Tre sono gli scopi della convenzione (che, lo si ricordi, copre solo i casi di adozioni che instaurano un rapporto di filiazione permanente, art. 2.2): 
1) innanzitutto, assicurare (come già visto, fra l’altro, nella Convenzione di New York del 1989) il “best interest of the child” (art. 1 a) ). La convenzione segna la definitiva conferma che, nel anche nel campo dell’adozione, non si tratta di soddisfare le esigenze di chi si trova a contatto col minore stesso (nel caso specifico, l’esigenza di avere un figlio da parte di chi non può averne), ma le esigenze del minore: insomma, non più un “right to a child”, ma un “right of the child”, anche se, comunque, non esiste, come si vedrà, un “diritto ad essere adottati” (van Bueren G., The International Law on the Rights of the Child, The Hague – Boston – London, 1998, 95). Questo ha portato la letteratura psicologica più recente ad abbandonare definitivamente il punto di vista dei soli potenziali genitori adottivi, per adottare la visione di una “relazione triangolare” (o “triangolo adottivo”) fra questi e il minore (Lammerart I., L’adoption et les droits de l’homme en droit comparé, Bruxelles – Paris, 2001, 6 ss.); 
2) in secondo luogo, la convenzione mira ad evitare la vendita e il traffico dei minori, incoraggiando la cooperazione fra gli Stati (art. 1 b) ); 
3) in terzo luogo, mira a realizzare il mutuo riconoscimento delle adozioni fatte in conformità alla convenzione stessa (art. 1 c) ). 

Il “best interest” del minore adottabile 
Ancora una volta, dunque, si ha una convenzione incentrata sul “best interest” del minore. Ma in cosa consiste, nei fatti, tale interesse? Per constatare se esso viene realizzato si dovrà sicuramente, innanzitutto, far riferimento agli altri articoli della Convenzione dell’Aja e agli altri documenti internazionali: sicuramente, si potrà dire che un’adozione, per risultare corrispondente a tale interesse, dovrà soddisfare il più possibile i diritti sanciti nelle diverse convenzioni (I. Lammerart, L’adoption et les droits de l’homme en droit compare, Bruxelles – Paris, 2001, 25 ss.). Ma, nel caso del minore adottato (rectius, adottabile), si dovrà tener conto la particolarità della sua situazione, che impone, dunque, di valutare gli aspetti peculiari, appunto, alla sua situazione che permettono di valutarne meglio il “best interest”. In genere i minori adottabili hanno delle carenze materiali che possono essere immediatamente colmate grazie all’adozione. Ma hanno anche, e soprattutto, bisogni derivanti da profonde ferite psicologiche. L’adozione viene ritenuta già di per sé dagli psicologi un’importante “terapia naturale”, una sorta di “antidoto dell’abbandono”, grazie al quale il minore potrà recuperare il “deficit narcisistico” comportato dall’abbandono stesso: le statistiche mostrano che i minori adottati da piccoli hanno un tasso di sviluppo fisico e intellettuale analogo a quello i minori rimasti con i loro genitori biologici. Anche per i minori adottati a 3-4 anni, che pure possono presentare un tasso di sviluppo inferiore alla media, tale tasso migliora dopo l’adozione. Ovviamente, però, questo può aiutare nel capire se il minore adottato sia mediamente più felice di quello vissuto nell’orfanatrofio oppure se i problemi derivanti dall’ingresso in una nuova famiglia abbiano sorpassato i vantaggi, tuttavia nessuno può misurare il suo livello di “felicità”, e quindi stabilire esattamente in quali circostanze sia meglio procedere all’adozione e in quali sia meglio lasciare il minore nell’istituto presso cui si trova, cioè, in sostanza, stabilire esattamente in cosa consista il suo “best interest” nel caso concreto; di conseguenza, dare una definizione giuridica o anche psicologica di esso è quanto mai difficile, e i risultati ottenuti fino ad oggi non paiono, in effetti, soddisfacenti. Tuttavia, sia la concezione comportamentalista (secondo la quale il minore ha bisogno di continuità soprattutto nel rapporto con chi si prende cura di lui) a quella psicoanalitica (che parla di una “situazione simbolica” del minore nel sistema della filiazione) sottolineano, al pari, come si è visto, dei più importanti trattati internazionali in materia di minori, che l’interesse del minore è inseparabile da quello della famiglia. Certo, nell’adozione le famiglie sono due, quella d’origine e quella adottiva. Comunque, è evidente che è impossibile definire l’interesse del minore senza definire le relazioni familiari: dalla particolarità di ogni relazione familiare deriverà la particolarità dell’interesse del minore in quel particolare caso. 
Certo è che l’interesse del minore, pur fondamentale e imprescindibile, non è l’unico criterio di valutazione di un’adozione, ma deve essere bilanciato con gli altri interessi e le altre esigenze, ossia quelle dei genitori biologici e soprattutto dei potenziali genitori adottivi. Insomma, il superamento della visione dell’adozione come rimedio all’infertilità di certe coppie ha fatto definitivamente tramontare l’idea di un “diritto ad adottare”, ma nello stesso tempo non ha portato ad un “diritto ad essere adottati”, anche quando, magari, l’adozione corrispondente al “best interest” di quel particolare minore non è gradita a chi si era detto disponibile ad una adozione, e si vedrà che ciò ha importanti conseguenze nella procedura di adozione. 

Campo di applicabilità e Paesi non contraenti 
Esaminati gli scopi della convenzione, si può ora passare al suo campo di applicabilità. Essa si applica solo laddove sia il Paese di origine sia quello di destinazione del minore siano Stati contraenti (art. 2.1). A ben vedere, se la Convenzione di New York del 1989 ha visto le ratifiche sia della Francia, sia del Sudan, sia del Ciad, la Convenzione dell’Aja del 1993, al contrario, è stata ratificata dalla Francia ma non dagli altri due Stati. Quindi, da un punto di vista strettamente giuridico, solo la prima potrebbe essere applicata al nostro caso, dato che la seconda si applica “where a child habitually resident in one Contracting State (“the State of origin”) has been, is being, or is to be moved to another Contracting State (“the receiving State”) either after his or her adoption in the State of origin by spouses or a person habitually resident in the receiving State, or for the purposes of such an adoption in the receiving State or in the State of origin” (art. 2.1); è pur vero, però, che molti principi sono comuni alle due convenzioni, e comunque, per la Francia (come per il nostro Paese), il riferimento alla Convenzione dell’Aja è essenziale, poiché i principi in essa affermati e le soluzioni offerte, mirando a proteggere i bambini da adottare, sono sicuramente adeguati anche per risolvere i problemi delle adozioni tra Stati in cui uno non sia contraente. Tecnicamente, però, è difficile realizzare molte delle procedure previste dalla convenzione se uno dei due Paesi, appunto, non è contraente, poiché mancheranno gli enti previsti, come l’Autorità Centrale per le Adozioni; viceversa, altre procedure saranno comunque realizzabili.  

La sussidiarietà dell’adozione 
La convenzione ribadisce espressamente il principio della sussidiarietà dell’adozione rispetto al mantenimento del minore nella propria famiglia, laddove afferma che “each State should take, as a matter of priority, appropriate measures to enable the child to remain in the care of his or her family of origin”, proprio come la diceva l’art. 9.1 della Convenzione di New York, cui si aggiungevano gli artt. 18.2 e 19.2 a proposito delle misure adottate dagli Stati per fornire assistenza ai genitori. Comunque, senza dubbio il requisito, necessario per procedere all’adozione, che le autorità competenti dello Stato d’origine abbiano stabilito che “the child is adoptable” (art. 4 a) ), richiede non soltanto che lo statuto personale del minore consenta l’adozione (che non è di per sé possibile nei Paesi in cui vige la sharia), ma indubbiamente che il minore sia privo di entrambi i genitori o che, comunque, il suo “best interest” richieda, eccezionalmente, che non rimanga presso di loro: dunque, in presenza di almeno uno dei genitori, il minore, salvo casi eccezionali, non potrebbe essere adottato. 
Questo, però, non dovrebbe escludere la possibilità che egli benefici del diritto di essere considerato rifugiato, fermo restando che l’eventuale sistemazione presso una famiglia di accoglienza, se c’è ancora una famiglia biologica, dovrà essere solo provvisoria. Infatti vediamo che nei casi di minori rifugiati (proprio quelli che sono, in genere, più esposti al traffico di minori) la peculiarità della situazione è presa in esame da varie direttive dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, secondo cui, sebbene la soluzione d’urgenza possa determinare un temporaneo allontanamento del minore dalla sua famiglia, questo non giustificherà l’adozione prima che sia espletato il cosiddetto “tracing”, ossia la (spesso difficile) ricerca della famiglia biologica del minore, dando quindi la priorità all’eventuale ricongiungimento familiare, e solo dopo l’infruttuoso espletamento di questa pratica sarà possibile (sempre che ricorrano tutte le altre condizioni) procedere all’adozione (Lammerart, 85 ss.).. 
Ci si potrebbe domandare se, comunque, anche una semplice situazione di povertà non giustifichi comunque, di per sé, la separazione del bambino dalla famiglia, nella speranza di un futuro più sereno presso la famiglia adottiva. Ebbene, né la Convenzione di New York né quella dell’Aja sembrano giustificare una simile soluzione, che appare quindi contraria al diritto internazionale (van Bueren 100).  
Tuttavia, l’art. 9.1 della Convenzione di New York dice che il minore può essere separato dalla famiglia nel caso in cui i genitori abusino di lui o non se ne prendano cura. Inoltre, richiede richiede il consenso “informato” delle persone competenti “on the basis of such counselling as may be necessary”. Per quanto riguarda la Convenzione dell’Aja, anch’essa prevede il consenso, diremmo noi, “informato” delle persone e delle istituzioni competenti (art. 4 c) ), ma aggiunge ad esso una partecipazione del minore, a seconda del suo grado di maturità (art. 4 d) ), che è stata poi “declinata” diversamente nelle diverse legislazioni nazionali (Lammerart 372 ss.). E’ significativo che si precisi la necessità che tale consenso, in entrambi i casi, sia dato in forma espressa e scritta, senza alcun genere di compenso (artt. 4 c); d) ) e mai prima della nascita (art. 4 c) 4), cercando così di rendere obbligatorio quel libero consenso che, in molti Paesi, prima della convenzione le autorità non cercavano neanche (C. P. Champenois-Marmier, Les données sociologiques générales, in J. Foyer – C. Labrusse-Riou (sous la direction de), L’adoption d’enfant étrangers, Paris 1986, 7). Una volta assicurati tali requisiti del consenso, sarà poi lasciata ai singoli Stati la possibilità di stabilire chi debba prestare il consenso, o eventualmente prevedere una forma particolare di esso (W. Duncan W., Intercountry adoption: Some Issue in Implementing and Supplementing the 1993 Hague Convention on Protection of Children and Co-operation in Respect of Intercountry Adoption, in Doek – van Loon – Vlaardingerbroek, 78).
 

La sussidiarietà dell’adozione internazionale 
Così come la Convenzione di New York, poi, che all’art. 21 b) prevedeva il ricorso allo strumento dell’adozione internazionale solo laddove non fosse possibile ricorrere ad un’adozione interna, anche in ragione della necessità di tener conto dell’ambiente sociale, culturale e religioso in cui vive il minore (art. 20.3), anche la Convenzione dell’Aja prevede il principio di sussidiarietà dell’adozione internazionale rispetto a quella interna, laddove afferma che le autorità del Paese d’origine, prima di procedere nel senso, appunto, di autorizzare un’adozione internazionale, devono aver verificato “after possibilities for placement of the child within the State of origin have been given due consideration, that an intercountry adoption is in the child’s best interests” (art. 4 b) ). Un’applicazione “elastica” di questo principio sarà comunque necessaria, dato che può ben esservi qualche caso in cui il “best interest” del minore consista proprio in un’adozione all’estero più che in una interna (Duncan 78) 
Spetterà poi alle autorità dello Stato di destinazione verificare che i potenziali genitori adottivi sono adatti ad adottare, che siano stati adeguatamente informati e che il minore possa entrare e rimanere nel territorio dello Stato (art. 5). 

Difficoltà peculiari all’adozione internazionale 
Il principio di sussidiarietà dell’adozione internazionale ci fa capire come, in genere, i problemi derivanti da essa siano maggiori rispetto a quelli di un’adozione interna. La valutazione della “capacità adottiva” dei potenziali adottanti dovrà dunque, nell’adozione internazionale, essere particolarmente attenta, dal momento che le difficoltà, anche di ordine psicologico, che l’adozione di un minore di razza e cultura diverse sono, appunto, ancora più grandi di quelle di un’adozione interna (Noel – Soulé 81 ss.). 
Già normalmente i genitori proiettano sui figli tutti i loro timori: nel caso dell’adozione, specie se internazionale, a questi timori si aggiunge quello che il figlio adottivo voglia ritrovare i suoi genitori biologici. Inoltre, è ben facile che la colpa per le eventuali “ferite” che un genitore può ricevere da un figlio, che spesso si attribuisce all’altro coniuge o ad altri, venga in questo caso data alla provenienza razziale del minore, riesumando fantasmi e pregiudizi mai sopiti. Altre volte, invece, i timori dei genitori portano ad una trasmutazione dei pregiudizi razziali in una idealizzazione quasi mistica, per cui i figli, percepiti sempre (anche una volta divenuti adulti) come dei bambini, non sono più visti come procreati nel corso di un atto sessuale, ma come dei soggetti portatori di una “cultura magnificata”. Di fronte a tali difficoltà non si potrà certo fondare la relazione col figlio sul fatto che, grazie all’adozione, i nuovi “genitori” si sentono soddisfatti per aver salvato dalla povertà e dalla morte un bambino, pensando così di dimostrare, facendo vedere che il bambino ha un colore della pelle diverso, di essere persone di valore e generose! Per di più, il fatto che il bambino venga, attraverso un aereo, da un mondo e una cultura completamente diversi accentua il senso di estraneità della madre adottiva nei confronti del minore, il che spesso porta le coppie a far rimpatriare il piccolo. 
Ecco che allora, perché l’adozione internazionale abbia successo, e i genitori adottivi diventino i “veri genitori” del minore, è necessaria una forte capacità personale di elaborazione, per cui essi si rendano conto che sono l’interazione e l’amore reciproco a fare di due adulti e un bambino dei genitori con un figlio, e non il colore della pelle che però, laddove appunto non vi sia questa capacità di elaborazione, resterà sempre lì a ricordare che, per consolidare il rapporto con il figlio adottivo, non si potrà certo utilizzare un legame di sangue che non esiste. 
Il divieto di “improper financial gain” e le misure contro il traffico di minori 
Nonostante tali difficoltà, l’adozione internazionale appare spesso (erroneamente) più facile e più rapida rispetto a quella interna. E’ facile, così, che i potenziali genitori adottivi cerchino di farvi ricorso, non di rado pagando somme non esigue per ottenere un bambino. Ecco che allora, facendo propria una delle preoccupazioni della Convenzione di New York del 1989, la Convenzione dell’Aja del 1993 vuole evitare che l’adozione sia mezzo per ottenere “improper financial or other gain” (art. 32.1), essendo consentito il solo rimborso-spese, comprensivo di “reasonable professional fees” per le persone coinvolte (art. 32.2), e imponendo a tal fine alle autorità centrali un controllo costante (art. 8), e prevede altresì un sistema di cooperazione fra gli Stati per evitare la sottrazione, la vendita e il traffico di minori (art. 1 b) ), poiché in questo settore gli sforzi compiuti al solo livello nazionale non sono certo sufficienti, e infatti fu proprio l’Interpol a sollecitare una norma che procedesse in questa direzione (Parra-Aranguren 63 ss.) 
Dunque, la Convenzione dell’Aja appare molto sensibile al tema della sottrazione dei minori ai genitori (anzi, tale problema fu proprio una delle “molle” che spinsero a prepararla), che spesso si accompagna a pressioni, informazioni errate, se non addirittura vere e proprie offerte economiche (da cui il divieto espresso dall’art. 4 d) ) ai genitori fino a giungere alla sottrazione contro la stessa volontà di questi ultimi. Addirittura, all’art. 29, prevede il divieto di ogni contatto tra i potenziali genitori adottivi e i genitori biologici (o comunque, chi si prende cura del bambino), anche se non prevede alcuna sanzione specifica. In ogni caso, spesso i genitori, anche quando danno “liberamente” il loro consenso, spesso non si rendono conto degli effetti definitivi che l’adozione comporta (Gouzes 52) 
Insomma, la Convenzione dell’Aja tiene conto che nell’adozione internazionale la posizione del minore e di colui presso il quale il minore si trova è sempre notevolmente più debole rispetto a quella di chi si propone per l’adozione, e cerca perciò di ridurre questo divario, prevedendo misure rivolte a tale scopo ma evitando, nello stesso tempo, soluzioni drastiche come quelle di alcuni Stati, fra cui Bangladesh e Sri Lanka, che sono arrivati addirittura a proibire l’adozione internazionale. Soluzione chiaramente non adeguata, poiché l’adozione internazionale ha sì dei contro, ma anche dei pro. Contro l’adozione internazionale abbiamo appunto il rischio che, dietro di essa, si nasconda il traffico e la vendita di minori, accompagnati dalla falsificazione dei documenti; inoltre essa, come già accennato parlando della Convenzione di New York, comporta un drastico “taglio” con il passato e le radici del minore, oltre che con gli eventuali membri ancora in vita della sua famiglia biologica. A favore, però, si ha il fatto che, ovviamente, non sempre (anzi, di solito non) l’adozione internazionale nasconde una vendita di minori, e soprattutto grazie ad essa il minore viene accolto in una famiglia, ricevendo tutte le cure e l’amore che gli sono necessari, mentre nel proprio Paese d’origine sarebbe condannato a restare in qualche orfanotrofio o istituzione analoga (van Bueren 96 ss.).  

Le Autorità Centrali per le Adozioni 
Una volta esaminati i principi e gli scopi che si propone la Convenzione dell’Aja del 1993, vediamo ora di analizzare come essa si proponga di realizzare i primi e raggiungere i secondi, fermo restando che al centro di tutto c’è (rectius, ci dovrebbe essere) il “best interest” del minore. Fulcro del sistema sono le Autorità Centrali per le Adozioni, alle quali è affidato sia il sistema di controlli interni, sia la collaborazione fra loro ai fini della convenzione stessa. Infatti alla base della convenzione c’è l’idea di una cooperazione fra Stati di origine e Stati di destinazione, che porti anche i primi ad essere investiti di forti responsabilità nella procedura di adozione (Duncan 75) 
Ogni Stato deve quindi designare una (o più, nel caso di Stati federali, art. 6.2) Autorità Centrale per le Adozioni (art. 6.1). Ognuna di esse ha alcune competenze, diciamo così, di mediazione e altre dirette. Innanzitutto, le Autorità Centrali devono cooperare fra loro e promuovere la cooperazione fra le varie istituzioni nazionali per proteggere i bambini e assicurare il raggiungimento degli obiettivi della convenzione (art. 7.1). Per quanto riguarda, invece, le loro competenze dirette, devono fornire informazioni su leggi, statistiche, ecc… del loro Paese, e tenersi informate l’una con l’altra per controllare l’operatività della convenzione, rimuovendo eventuali ostacoli alla sua realizzazione (art. 7.2). In altri casi, poi, spetterà al singolo Stato decidere se affidare la competenza alla sua Autorità Centrale o ad altri enti, attraverso l’accreditamento da parte del governo (art. 10). Quindi, a seconda dei casi, l’Autorità Centrale o l’ente preposto dovrà: 
1) adottare le misure necessarie per evitare che l’adozione sia fonte di guadagni per qualcuno, come già visto (art. 8); 
2) raccogliere e scambiare informazioni sulla situazione del bambino e dei suoi potenziali genitori adottivi (art. 9 a) ); 
3) facilitare le procedure in vista dell’adozione (art. 9 b) ); 
4) promuovere lo sviluppo di un’azione di informazioni sull’adozione e di servizi post-adozione (art. 9 c) ); 
5) fornire agli altri enti informazioni sulla propria esperienza nel campo dell’adozione (art. 9 d) ); 
6) rispondere ad eventuali richieste di chiarimenti in relazioni a situazioni particolari (art. 9 e) ). 
L’accreditamento, che viene concesso solo a enti che abbiano dimostrato competenza nel settore (art. 10), comporta un divieto di perseguire uno scopo di lucro e un controllo da parte delle autorità statali (art. 11). 

La procedura 
Vediamo ora come si dovrebbe svolgere un’adozione. Chi voglia adottare un minore, deve rivolgersi all’Autorità Centrale dello Stato in cui risiede (art. 14, o, come in tutti i casi in cui più avanti si parlerà di “Autorità Centrale”, a un altro ente accreditato, art. 22.1) la quale, una volta verificato se sono adatti per adottare, prepara una sorta di dossier con tutte le informazioni sui potenziali genitori adottivi (art. 15.1) e trasmette il tutto all’Autorità Centrale dello Stato di origine (art. 15.2). Questa, verificato che il minore sia adottabile, e dopo aver ottenuto i necessari consensi, prepara a sua volta un dossier con le informazioni sul minore stesso (art. 16.1).  
Ma cosa significa che il minore dev’essere “adottabile” (Gouzes 51 ss.)? Innanzitutto dobbiamo dire che non si tratta di un concetto meramente giuridico, ma di un qualcosa che tiene conto di molteplici aspetti, soprattutto psicologici. Si è già visto come, salvi casi eccezionali (determinati dalle leggi locali in conformità alle convenzioni internazionali), il minore non dev’essere separato dalla sua famiglia d’origine: dunque, il minore che, come nel nostro caso, abbia almeno uno dei genitori sarà, di regola, non adottabile e, se ha ancora una famiglia biologica, solo il minore che non possa essere mantenuto o reinserito in essa sarà, appunto, “adottabile”. Bisognerà tener conto anche di eventuali malattie o handicap che, una volta scoperti, potrebbero portare ad un nuovo e ancor più doloroso abbandono, così come della capacità del minore di adattarsi ad una nuova famiglia e, cosa ancora più difficile, ad una nuova cultura. Dunque, il concetto in questione richiede approfondite analisi sul minore e sulla sua famiglia biologica che spesso non posso essere realizzate nei Paesi d’origine, quasi sempre molto poveri e privi delle strutture e degli organismi necessari, e quindi ognuno può rilevare le difficoltà che in genere si incontrano nel fare ciò. 
Una volta verificato, dunque, che l’adozione possa procedere (e aver verificato che i potenziali genitori adottivi sono d’accordo ad adottare quel preciso bambino, art. 17), le due Autorità Centrali in questione si adoperano affinché il minore ottenga i permessi necessari per lasciare lo Stato di origine ed entrare in quello dei potenziali genitori adottivi (art. 18), in condizioni di sicurezza e, possibilmente, in compagnia di almeno uno dei genitori adottivi (art. 19.2).  
Ogni Stato può poi prevedere che, dopo il trasferimento, sia previsto un periodo di “prova” prima della pronuncia definitiva dell’adozione, soluzione per certi versi corretta, ma che per altri può lasciare il minore in una situazione di incertezza, col rischio che l’adozione definitiva non sia più pronunciata (A. Bucher, Commentaire sur la Convention de La Haye du 29 mai 1993, in Doek – van Loon – Vlaardingerbroek, 89) Se, in tale periodo di prova, emerge che la permanenza del minore nella nuova famiglia è contraria al suo “best interest”, l’Autorità Centrale dovrà preoccuparsi di tutelare il minore, predisponendo una sistemazione provvisoria, cercando di trovare una nuova famiglia adottiva o predisponendo una sistemazione a lungo termine se tale soluzione non è possibile (sempre informando lo Stato di origine). Solo in ultima battuta il minore farà ritorno allo Stato d’origine (art. 21.1). Eventualmente, tenuto conto del grado di maturità del minore, questi potrà essere consultato (art. 21.2). 

Riconoscimento delle adozioni 
Resta da dire, parlando della Convenzione dell’Aja, che essa prevede che ogni adozione pronunciata nel rispetto di essa, o meglio, che la competente autorità dello Stato certifichi come avvenuta conformemente alle norme della convenzione, sia riconosciuta da tutti gli Stati contraenti (art. 23.1). Il riconoscimento può essere rifiutato solo se esso, tenuto anche conto del “best interest” del minore, risulta contrario all’ordine pubblico (art. 39), comportando tale riconoscimento lo stabilimento, tra l’altro, di un rapporto di filiazione piena tra adottanti e adottato e il venir meno di ogni legame giuridico con la famiglia di origine (art. 26.1), il che, come si è visto, non può avvenire nei Paesi in cui esiste la kafalah ed è proibita l’adozione. Dunque, nel campo di applicabilità della convenzione non rientrano quei rapporti ricordati dall’art. 20.3 della Convenzione di New York, comunque utili per sopperire al venir meno della famiglia d’origine del minore. Tuttavia, l’adozione pronunciata in uno Stato senza far venir meno il legame giuridico con la famiglia di origine può trasformarsi in un’adozione munita di tale effetto se ciò è permesso dalla legge del Paese dei genitori adottivi, e sempre che siano stati prestati i consensi necessari per un tal tipo di adozione (art. 27.1).
 

Conclusioni 
Le norme che permettono la conversione delle adoptions simples in adoption plénières sono sicuramente segno di una capacità della Convenzione dell’Aja di adattarsi a sistemi giuridici diversi ma, allo stesso tempo, rendono evidente come questo strumento non sia del tutto sufficiente. In presenza di Paesi, come quelli islamici, che non conoscono un istituto analogo alla nostra adozione, ma soltanto sistemi di protezione del minore che non instaurano alcun vincolo di filiazione legale, come la kafalah, apparirebbe quantomai opportuno realizzare uno strumento convenzionale più duttile, capace di riconoscere che non tutti i Paesi utilizzano le categorie giuridiche occidentali e che, nonostante ciò, alcuni strumenti di protezione del minore previsti negli ordinamenti non occidentali possono essere ugualmente efficaci. In questo modo,potremmo far riferimento ad una convenzione sostanzialmente universale che sia, però, più specifica rispetto alla Convenzione di New York del 1989.  

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